venerdì, 30 aprile 2004

Anime mascherate


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’anima mascherata oggi gioca alla cortigiana. Attacca il neo vicino al labbro per sottolineare la bellezza dei denti. Liscia i capelli e trucca a fondo gli occhi perché diano un senso d’emaciato e sbattuto, come dopo una notte giocata a passione. Occhiaie scure e colorito bianco, colori d’amore, labbra rosse gonfiate, graffi di barba sulle gote, ciuffi scarmigliati davanti agli occhi. L’anima mascherata ondeggia non cammina, indossando le sue scarpe col tacco e la punta lunga. Calze autoreggenti nero bordello fasciano le gambe fino alla coscia senza scivolare fermate dall’aderenza del calore. L’anima mascherata indossa la gonna, quella nera con lo spacco laterale che lascia intravedere l’attaccatura della calza senza pizzi e merletti. Non mette profumo, neppure una goccia. Deve riflettere solo il suo odore di donna, quello che sente, lo stesso che ha dentro gli occhi luccicanti e accesi. L’anima mascherata segue una traccia delebile indelebile istinto primordiale. Cancella agende e appuntamenti, dimentica cellulari e patenti. Toglie per un secondo le scarpe e cammina scalza sporcando il sottopiede, perché odia apparire perfetta. A piedi nudi cammina ondulando facendo prove di passi che mai eseguirà. Cadenze cercate e labbra pronunciate smorfie infinite ammiccamenti, sbatte le ciglia, la stolta e sparge il rimmel sulle palpebre. Infila il giacchino di pelle, mette a posto le borchie e sale in macchina. Strade nere di porfido battuto dagli scavatori di Albiano che col loro sudore hanno costruito quei buchi neri perfetti dove il tacco s’impiglia al guizzare dei muscoli. L’anima mascherata e la notte.


scritto da palommellarossa | 18:20 | commenti (4) | Torna su


mercoledì, 28 aprile 2004
Dialoghi o Soliloqui



Chi ti ha fatto tanto male?
-e' stato lui
-e quando è successo?
-due anni fa
-e perchè ancora ci pensi?
-perchè da quel maledetto giorno, da quello in cui credevo di avere in mano le redini della mia vita, da quello in cui pensavo di essere riuscita ad aprirmi senza timori e paure, da quell'attimo la fiducia si è svenduta per un nichelino d'argento........
- piange -
cosa è successo da allora?
-Cosa non è successo... vorrai dire..
-cosa non è più successo...?
-Non ho voglia di parlarne adesso..
-E allora perchè piangi?
-Perchè sfogarsi è bello nei momenti di pausa.
-Di pausa da che cosa?
-Di pausa dal pensiero ossessivo di lui.
-E perchè ci pensi? perchè non vai altrove?
-Io ci provo, con tutte le mie forze, ogni volta che sono altrove, succede un qualcosa dentro di me... sempre nel più bello.... la strada nuova ad un certo punto curva e torna indietro..... sempre in quella casa.
-E cos'è che fa curvare la strada?
-Non lo so, so che la strada si incrina e si curva, improvvisamente. La mia voce si alza, il mio tono cambia e nella mia testa scatta una molla, mandalo a fan culo, mandalo a fan culo... e così faccio.
-E cos'è che fa scattare la molla?
-Non so, basta una pausa lunga, un silenzio, un'idea non espressa, un cenno d'allontanamento, basta poco, pochissimo.
-E poi che succede?
-Mi alzo e me ne vado, e per uno- due giorni sto bene.
-E poi?
-Poi il pensiero ritorna, ossessivo, sempre sulla vecchia strada. Ma la cosa più brutta è che non mi piace più quella strada, mi piace quella nuova...diversa.
-E la nuova strada... in quella ci torni?
-No, non ci torno più, la cancello.
-In che modo la cancelli?
-Fisicamente. Elimino tutte le tracce di passaggio.. messaggi, numeri di telefono, lettere, posta, regali, dischi.... tutto.
-E non ci torni più.
-No, mai più.
-Perchè?
-Credo per non soffrire ancora...
-O forse per non vivere, ancora...
-No, io non vivere? Io sono vitale, gioiosa, sempre in movimento, sempre pronta a muovermi, a far cose...... ma, mi stai dicendo.......?
-Si, forse hai compreso.....
-Cosa dovrei comprendere.... Io so che non lo voglio più....
-Sei sicura?
-Si, sono sicura di questo, se ci penso, è stato come vivere un incubo. Non ero felice con lui, non sapeva più darmi gioia stare con lui, era diventato silenzio.... e passione, ma solo passione, nient'altro. Anche la stima era caduta, anche la fiducia era finita... insomma uno sfacelo.
-E se sei sicura di questo perchè ci torni?
-Forse perchè lì ho già sofferto così tanto e per tanto tempo.... credo che sia così.
-Scusa, ma non mi spiego il motivo per cui torni volentieri in un posto brutto, dove sei stata male...
-Non lo so, lì mi sento sicura.
-Sicura di cosa?
-Sicura di guardare il mio dolore...morto.
-E che succede guardando quel dolore morto?
-Non so.... forse...che non ne provo uno nuovo...
-Ecco ti sei detta tutto.
-Cosa mi sarei detta?
-Ti sei detta che la tua paura di vivere è bloccata dalla paura di provare ancora dolore. Meglio il vecchio dolore che ormai sai affrontare, che un nuovo sconosciuto dolore da imparare.
-Si, è vero, credo sia così.
-Si, come te, credo sia così.
-Che devo fare adesso?
-Penso una sola cosa.... VIVERE!
-Chi ti ha fatto tanto male?
-Io, sono stata IO.


























































scritto da palommellarossa | 18:10 | commenti (5) | Torna su


martedì, 27 aprile 2004

Un amico mi ha fatto un regalo....



Esiste, lontano, lontano da qui, un altro posto magico. E' vicino alle sponde di un lago, un grande lago di un blu profondo. Arrivo' a questo lago una bambina.
Chiese alla fata del lago :"Donami la felicita'!" La fata la fisso' a lungo negli occhi e la bimba ne sostenne lo sguardo senza vacillare. :"A cosa sei disposta a rinunciare per avere la felicita'?"
La bambina, dopo averci pensato un po', rispose :"A nulla. Certamente dovrebbe essere una cosa molto importante, perche' sia tanto preziosa come la felicita'. e io non potrei essere felice sapendo di aver rinunciato a qualcosa di importante."
:"Allora saresti capace di lottare, di impegnarti, di sperare, per ottenerla?"
-"Si', tutte queste cose sarei capace di farle."-
La fata sorrise :
-"Non hai bisogno del mio aiuto, la felicita' la conquisterai con le tue sole forze. Sara' difficile, magari durera' per un attimo e poi dovrai riprendere a lottare. Sarai delusa, soffrirai, ma queste sono le regole del gioco: non si riceve quasi nulla, senza dare nulla in cambio."
- La bambina, seria seria, annui' con fare deciso. Mentre se ne andava la fata la richiamo'
-"Ah, se magari, nei momenti piu' bui, vorrai tornare qui. bastera' che ti metta a sognare e ci potremo ritrovare."

Raccontatore













scritto da palommellarossa | 16:54 | commenti (2) | Torna su


lunedì, 26 aprile 2004

Il Gomitolo della paura



La paura corre sul mio filo rosso, quello della speranza.
Appesi fuori dalla finestra, panni stesi ad asciugare, aspettano raggi di sole forti ed irruenti. Vorrei vederli asciutti e rinsecchiti per il troppo calore assorbito. Vorrei che le pieghe si dipanassero e i tessuti si rinnovassero, vorrei aspirare l’odore di fresco e pulito. Vorrei.
Preparo la mia mente ad incontrarti. Preparo me stessa a rivederti. Tutto è fissato, l’ora, il giorno, il da farsi……
Manca poco oramai, hai già preso la macchina, hai imboccato l’autostrada e corri verso di me.
Io avvolgo le mie attese e le mie paure con la stessa mano, quella in cui tengo il gomitolo dei fili spezzati. Prendo le forbici, taglio il filo e invio un messaggio:”non partire, non vengo”.
Tutto si calma, il vento cala. Preparo la borsa per il lago. Mezz’ora di macchina e arrivo.
Sola, nel sole di questa rena tranquilla un debole vento mi sfiora, ma è troppo leggero il suo soffio per mandar via le nuvole delle mie paure. E’ troppo debole………. adesso.









scritto da palommellarossa | 19:43 | commenti (4) | Torna su


sabato, 24 aprile 2004
Infanzia Violata



Lei andava a scuola tutti i giorni, nel turno pomeridiano. Partiva di casa alle 14 e ritornava alle 18. Lo zaino pesava sulle piccole spalle che si incurvavano nei mesi, in modo direttamente proporzionale all’aumento del volume del seno. Iniziavano a modificarsi le sue forme, iniziavano a nascere pensieri strani dentro quella testolina, anche se nella maggior parte del tempo i pensieri erano assorbiti dalla sfera dei giochi spensierati. Era sempre stata una bambina sola, di genitori distratti. Gli unici amici, i libri archiviati sulla mensole della sua stanza. Libri da grandi, libri da piccoli, enciclopedie, non aveva importanza. L’importante era sfogliare le pagine, entrarci dentro ed andare avanti con la storia, immaginando di essere ora Pippi Calzelunghe, ora Anna Karjenina.
Le fantasie di una bambina sono grandi cieli aperti in cui osare voli interminabili e stancanti, da rimirare sdraiati sulla poltrona con occhioni aperti e sognanti. Le fantasie di una bambina, sono carillon con magiche musiche, racchiusi come segreti nell’anima e riaperti ogni giorno per una visita consolatoria.
Lei non aveva mai avuto grandi curiosità per il mondo dei grandi, non le importava conoscere cosa avveniva nelle porte accanto alla sua, non le interessava spiare la vita degli altri, sicura com’era che prima o poi, sarebbe giunto il momento di vivere in prima persona tutte quelle storie dei libri. La sua non curiosità, ne era convinta, sarebbe stata premiata prima o poi, con la più ricca delle sorprese: la vita vissuta a modo suo, senza attese o stereotipi.
Nella semplicità della sua strada, il micio nero la seguiva per un tratto, lì fino alla curva a gomito, dalla quale partiva una grande discesa che continuava con anse fino al muretto della strada rialzata, da cui poteva controllare dall’alto, la scuola e le finestre della sua classe. Da quel muretto pure il cortile, poteva essere spiato, e spesso lei si fermava lì ad attendere che lo spiazzo brulicasse delle compagne, prima di avviarsi e fare la sua entrata dal cancello.
Nell’aula il professor Dante leggeva poesie di Gozzano ad alta voce, le declamava come davanti a un pubblico elegante, con le signore che agitavano variopinti ventagli con fiori ricamati sopra. Il movimento di quei ventagli, il calore dell’aula e le finestre con l’albero dai fiori azzurri si mischiavano alla voce del Professore in una mistura magica di fantasia e realtà. Il suono della campanella interrompeva i voli, riportava tutto nella grande stanza e cancellava il profumo dei fiori appassiti che erano caduti per terra nel cortile.
Non si conosce il motivo per cui un giorno, i suoi occhi interruppero il solito andamento di quelle ore, e curiosi presero un’altra strada soffermandosi sul muretto di fronte, sovrastato da una figura maschile. Lo aveva già visto, quell’uomo con l’impermeabile, che la guardava da lassù e che cercava i suoi occhi con attenzione, come il perlustrare le pecorelle del lupo, lo aveva già notato, ogni tanto a passi veloci lungo la discesa. Ora ricordava il suono dei passi e la strana eco dietro di lei, faceva caso alle occhiate di passaggio mentre spostava lo sguardo dal cielo turchino all’albero di oleandro bianco, alla presenza della figura di lui, alle sue gambe intraviste dietro il suo zaino. Ora lo sguardo lontano si posava su di lei dentro la classe e insisteva noioso, invadente, opprimente sul suo viso. Lei si sentiva come una lepre, vista dall’occhio di un’aquila che ronda, si sentiva preda, impegnata, impaurita, come se qualcosa di oscuro, fosse rappresentato da quel modo di guardarla.
Avanzava la primavera e cambiava l’odore dell’aria. Ora col caldo, si spandeva intorno al piazzale della scuola un profumo di fiori dei morti, di fiori marciti, come quelli che giacciono sulle tombe al cimitero sul mare, lì dove i lumini tremolanti non smettono mai di ballare. La stordiva quell’odore, così insistente, certi momenti si addormentava, cullata dalla voce calda e avvolgente del professor Dante. Ma appena il sonno sembrava prendere sopravvento, l’occhio correva sul muretto e l’ombra nera era sempre presente. Le sembrava di scorgere quegli occhi infuocati che le parlavano di vampate e calore, le parlavano dei segreti raccontati nei crocchi delle compagnette e di grandi sbuffi di risate e parolacce sussurrati ad occhi bassi e con fare da riunione massonica.
Passò quasi tutta la primavera, il vento di scirocco aveva allontanato per un poco i pensieri e l’ombra scura.
Un pomeriggio, rientrando in aula dalla lezione di educazione fisica, preso possesso del suo banco, mentre metteva a posto le scarpe da ginnastica nella busta di gomma, gli occhi volarono ancora sopra al muretto.Lui era lì, come la chiamasse. Le compagne si attardavano sempre fuori dai corridoi, era sola dentro gli occhi di quell’uomo misterioso. Ma non stava fermo, come le altre volte, no, oggi armeggiava col suo pantalone e tirava fuori una cosa, che muoveva con movimenti strani. Lei immobile, con lo sguardo atterrito, osservava incapace di distogliere gli occhi, appiccicati alla curiosità di mettere a fuoco un’immagine che non riusciva a codificare. Osservava la faccia di quell’uomo che con un ritmico movimento della testa osservava lei, poi a destra e poi a sinistra, mentre la mano continuava a rimanere impressa su una parte di pelle che lei non conosceva.
Interminabili istanti di paura, per avere rubato un segreto, un ambito interdetto, oscuro sconosciuto. Qualcosa di viscido e sporco lei sentiva le veniva buttato addosso, qualcosa che non voleva, che non le apparteneva, sporcava adesso i suoi sogni di fiori e vento, di sabbia e acqua di mare. L’odore dei fiori appassiti aumentava via via e il caldo le faceva perdere la testa. Le compagne entravano di corsa e immediatamente le erano tutte intorno, ma dalla sua posizione, lì dove s’era persa, riusciva solamente a guardar loro le scarpe. L’ultimo pensiero prima di cadere era stato che la terra era l’unico posto dove poteva stare, lei, sporca e infangata per aver scorto un segreto che non poteva comprendere.












scritto da palommellarossa | 12:12 | commenti (9) | Torna su


mercoledì, 21 aprile 2004

IL CUORE SUL CRUSCOTTO

 

 



Delle parole non ho mai avuto paura.
Mi spaventano bugie e menzogne, anfratti nascosti nei cortili senza luce e cadaveri negli armadi impolverati.
La luce non mi spaventa. Sono in giro da pochissimo tempo, per svernare questo periodo che mi è sembrato eterno. Un periodo che mi ha visto delusa, stanca e a volte triste, ma anche un periodo di forte reattività e nuove conoscenze, tante persone, molte donne e qualche uomo che si è proposto all'amicizia. Parlo di amicizia perchè gli intenti erano chiari, sono chiari. Non cerco nulla che non sia reale, sentito e vero.
Scatta l'amicizia. La slot machin ha fatto il giro e invece che le tre arance, son venute fuori una mela, una prugna e una banana, GAME OVER recita il led luminoso accendendosi e spegnendosi per imprimersi meglio dentro agli occhi. Game over, come se tu possedessi tutti i soldi del mondo e tutta la forza.
Non so se giocherò ancora, non lo so.
Sono ferma come un'auto perfetta sull'autostrada.
So dove voglio andare, so cosa voglio e non trovo il giusto mezzo per giungere alla meta. Il mio mi ha lasciato in panne, ma non gli ho lasciato il mio cuore o perlomeno, ho cercato di tirarlo via dal finestrino sul quale voleva restare incollato.
Una pioggerellina sottile e consapevole vorrebbe farmi socchiudere gli occhi, ma non posso permettermelo, non lo farò. Guarderò come sempre ad occhi spalancati anche il diluvio universale, e ci vedrò chiaro, stavolta, lo so, non ho dubbi. Passa il tempo, camionisti pietosi con bave attorno alla bocca offrono passaggi a pagamento di compagnia.
Voglio un viaggio tranquillo sereno, comodamente accucciata sul sedile davanti, macchina senza strattoni, ben carrozzata ed affidabile. Macchina grande, comoda e avvolgente e soprattutto macchina che sappia dove sta andando e condivida la meta.
Son ferma sull'autostrada con l'auto in panne. La polizia che passa guarda e sorride senza fermarsi. Eppure il triangolo è stato messo da un pezzo, ma non era così ben visibile, i cento metri cadevano dietro la curva.
Con l'aria di colei che non chiede nulla, pretenderei di trovare un quadrifoglio vicino al gard reil ammaccato e polveroso. Sono sicura che è questo il solo e l'unico modo di risolvere la situazione, di arrivare alla meta riprendendo quel che rimane di appiccicato al finestrino.













scritto da palommellarossa | 22:23 | commenti (2) | Torna su


domenica, 18 aprile 2004

IL MATRIMONIO


-Presto corri, vieni, metti la giacca usciamo. Andiamo a scegliere i piatti della lista di nozze. il tuo è un matrimonio impellente, veloce, non troppo razionalizzato, istintivo, direi.... il quadro di tutta la tua vita, sicuramente.... eh eh -
Con queste parole, mia madre mi svegliava una lontana mattina di maggio per ricordarmi gli impegni impellenti, gli ultimi accorgimenti di un matrimonio veloce, organizzato in 15 giorni. Il matrimonio di una donna, io, che fin dalla più tenera età, si era sentita dire..." Tu non ti sposerai, non sei cosa". parole che volavano per le stanze, emesse dalla bocca profetica di mia nonna, parole che colpivano gli assensi delle zie, che come cornacchie ripatevano, "si non è cosa, sì, non è cosa". e con questo viatico, mi sono sposata in fretta e furia, senza crederci neppure per un attimo al matrimonio e senza neppure pensarci tanto.
Il negozio era pieno di cose preziose, giravamo tra i Rosenthal e i Pilaff, osservando assenti le posate d'argento con inquietanti bagliori. Inquietanti, sì, perchè dovrei dire ridenti o splendenti? Inquietanti, erano per me quei bagliori, mi sentivo incapace di mantenerli, di tenerli sempre lucidi, quegli ottoni ed argenti. Sapevo già che lo splendore dell'argenteria non dura sempre e che per mantenere lucide le posate avrei dovuto regalare loro, parte della mia vita... e in questo settore, la mia avarizia è proverbiale. Ma quella mattina l'illusione era troppo spessa, come la nebbia in Veneto in alcune curve di strada, dove ama riposare sedendo sulle striscie di terra accanto all'autostrada.
Così comprammo i piatti e le posate e bellissimi cucchiaini d'argento cesellati con piccole rose. Comprammo bicchieri a calice e a tulipano e insalatiere giganti per ospiti inesistenti. Comprammo tutto senza molta convinzione e senza neppure ascoltare le indicazioni specifiche del venditore.
Dove sono quei piatti oggi? Il servizio è pressocchè finito. I piatti fondi di sono sbeccati, giorno dopo giorno sulla tavola dei silenzi.
I piatti piani sfrondati dai ricami hanno mantenuto i problemi e le incombenze.
I piatti da frutta sono stati tirati come freesby, seguendo il rilancio nella parete, espediente utilissimo per nascondere gli urli e gli strilli della casa.
I piatti da portata, ci son cascati dalle mani, mentre assentivamo all'insostenibile saggezza delle suocere e dei cognati, distillati donati durante i pranzi natalizi e di Pasqua.
Le tazzine da caffè sono state sbeccate pezzo, pezzo, credo dall'uso sbagliato di labbra screpolate lungo i bordi.
Le formaggiere rimangono intatte, nella loro incredulità, di aver resistito al martirio. Le pepiere pure, si son sentite non consumate, non curate e non utilizzate, nulla di insolito in un matrimonio senza pepe. La zuccheriera si è spaccata nei primi giorni sul pavimento della realtà quotidiana. Restano i cucchiaini, quelli con le rose. Li abbiamo sapientemente mantenuti. Piegandoli a cerchio, ad uno ad uno, appiattendo la testa da cucchiaio, con un martello felpato, ne abbiamo fatto dei braccialini da regalare agli amici più cari. Ne rimane uno che porto ogni tanto, nei giorni in cui mi sento tanto sicura, sorridendo, mentre lo indosso, ripeto dentro la testa le parole "Non sei cosa, tu non sei cosa".











scritto da palommellarossa | 16:28 | commenti (6) | Torna su


martedì, 13 aprile 2004

 

Come una cucurbita



 

Spesso mi chiedo quale sia il senso della mia vita.
La vedo come una strada, un senso alternato con molte linee tratteggiate e pochissime doppie linee continue. L'idea di essere una cosa per sempre mi sgomenta. Odio il definitivo, detesto le etichette da barattolo che la società vorrebbe attaccarmi addosso. Immagini di status, di modo d'essere, di carattere o qualsiasi altra cosa sia.
Come una pianta di zucchine, che a primavera regala bellissimi fiori, desidero soltanto uno spazio sul muro che mi lasci crescere in altezza e dispiegare le mie foglie. Solo così potranno nascere i miei fiori e diventare frutti.... solo così... aria, per piacere.







scritto da palommellarossa | 12:37 | commenti (2) | Torna su


sabato, 10 aprile 2004


Mi sarebbe piaciuto fare gli auguri di Pasqua a Voi tutti, anche se non sono credente e se per me questo periodo rappresenta semplicemente la rinascita della natura e un nuovo risveglio. Mi sarebbe piaciuto riempire il mio post di oggi con colori vivaci e scritte inneggianti alla primavera in arrivo.....mi sarebbe piaciuto.
Non ci riesco, non ci riesco perchè le notizie di questi giorni, la violenza sui bambini di questi giorni, mi impediscono di volare e di essere serena. Non credo alla tranquillità o alla felicità individuale, penso, invece che l'aria che si respira sia fondamentale. Così questi bambini uccisi, gettati, ammazzati, come capretti, dai loro genitori o con la loro connivenza, mi fanno sentire un altro senso della Pasqua. Questi bambini, rifiutati, straziati, amati malamente mi fanno pensare a un sacrificio, a una crocifissione che avviene in contemporanea con quella cristiana. Si, sarà per molti una bestemmia, lo so, ma questo è il mio senso. Il senso del simbolo forte della morte di Cristo che diviene vita e redenzione per tutti noi ( perchè anche se atei siamo comunque cristiani culturalmente) e il senso di una società che diventa sempre più violenta e egoista, fino al punto di togliere la vita e chi si è affidato con gli occhi limpidi e semplici alla mano di un adulto malato e contorto.
La morte e la rinascita si intrecciano ancora in questo periodo, ma non ci sarà rinascita per quei bambini straziati e rifiutati, non ci sarà ascesa a nessun cielo per questi agnelli sacrificali di egoismo e violenza. Scusatemi se non riesco ad essere lieve ma per oggi the show must go hon, non vale.




scritto da palommellarossa | 14:06 | commenti (7) | Torna su