Lei è bella, di una bellezza personale, non codificata. Somiglia a quelle madonne delle pale lignee del 200 che affrescano molte cappelle dell’Alto Adige. Una volta rimasi di stucco vedendola dentro un castello, dipinta col suo sguardo. Le spalle piccole, strette, due piccole arance per seni, e fianchi tondi, morbidi, gambe piene e tornite, chiaramente caviglia tonda, imponente. Lei è saggia, è sempre stata saggia, credo che ci sia nata in questa maniera. Più saggia di sua madre, che non ha mai vissuto, più saggia dei fratelli che hanno rinchiuso le frontiere mentali, più saggia delle sua amiche che come aquiloni volano intorno a lei che tiene ancorati i fili della realtà di noi tutti. Lei è modesta, tiene gli occhi bassi, nascosti dentro gli occhiali e non risparmia mai un parere quando si chiede. Parla con la voce delle mamme, delle nonne, della vita, quasi seguisse un copione che lei sola conosce e che sempre si porta in scena. Lei aveva un amore, uno grande, di quelli che si tengono per la vita. Amava un uomo non semplice, gioioso fuori e cupo dentro. Un uomo, che solo lei riusciva ad addolcire con lo zucchero nel caffè, e uno sguardo di occhi nocciola, languidi e dolci come quelli di una cerbiatta. Insieme costituivano una forza della natura, l’unione tra il dolce e il salato, la passione e l’affetto, la saggezza e l’irruenza, l’istinto e la ragione. Lui se n’è andato all’improvviso dopo una giornata di bagordi con l’ultima occhiata dall’ambulanza rivolta ancora agli occhi di lei. Poi si sono spenti. Lui per sempre e lei aggrappata al dovere di portare avanti le cose iniziate. Dignitoso il suo dolore, senza lacrime e senza parole. Stupita giorno dopo giorno, senza lacrime. Fino a un mattino di luglio in spiaggia, un urlo acuto, lontano e una collera, una rabbia da far volare lontano anche i gabbiani. Era arrabbiata, arrabbiata con lui. Per non averla aspettata, per non averla salutata, per averla lasciata lì, davanti all’ambulanza. Che Dio, era stato quell’uomo se poi l’aveva lasciata così, senza una parola, né un’ultima conferma? Lì con due figlie da finire di crescere e una vita piena di responsabilità non più condivise. Non era addolorata, non era avvilita, era incazzata, nera. Poi il tempo quello che non cambia nulla, quello in cui guardi la vita degli altri e non vedi più la tua. Il tempo, l’inutile tempo che non guarisce niente. E quel dolore cupo, nero come le nuvole e i fulmini della rabbia sorda che monta dentro, magari mentre al negozio servi una signora in punta di dita e con voce soave incarti pacchetti e pacchettini e infiori i prodotti. E zitta, dignitosamente zitta, inghiotti dentro. Inghiotti la tua solitudine, inghiotti gli amici stronzi che ti lasciano a casa perché sono tutti in coppia tranne che te, inghiotti le storie delle tua amiche, inghiotti le occhiate da falco che ti lanciano gli uomini dietro alle spalle. E tu inghiotti e cominci ad intuire che qualcosa dentro di te cresce e crea una strada, una strada di silenzio ti si calcifica dentro e si fonde col tuo dolore, e si crea una pietra, una pietra che ti pesa la notte, una pietra di rabbia, fuoco e dolore. E il dottore un mattino ti recita la parola… “Cancro – si tratta di cancro”- e tu sorpresa, mi chiami e finalmente mi dici:-“ Adesso sì che devi aiutarmi, adesso si che devo gridare… prestami la tua voce”.
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