lunedì, 31 maggio 2004

L'animale strano



Con gli animali ci sono cresciuta. Nella mia famiglia ce n’erano tanti.
Tigri, gatti, conigli, cani, gatti, capretti, zecche e pulci, scarafaggi con ali, grossi come colombi. In campagna poi, non mancavano le vipere e i serpenti mungivacche dal bellissimo colore nero asfalto. Rane, girini, rospi baffuti e galline impettite. Avrei voluto fare la veterinaria, ma a questa mia infantile propensione, che non ha avuto seguito da grande, non ho rinunciato del tutto perché la passione per la zoologia mi ha comunque accompagnato per tutta la mia vita, seppure non in odore di ortodossia. Ma il mondo animale, riservava ancora delle sorprese, perché in ogni uomo c’è in fondo nascosto un animale e vi assicuro che non ho mai conosciuto animali più animali dell’uomo, in particolare di quello in oggetto della seguente disquisizione.

Camminavo per la strada delle Sette Fontane, camminavo guardando per terra perché i tacchi a spillo non vanno mai d’accordo con le piastrelle e gli acciottolati.
Nella mia area visiva due piedi enormi, ricoperti da insolite scarpe quasi arancioni.
Lo sguardo improvvisamente operò una deviazione nord e dovetti tirare fuori tutto il mio collo per osservare la fine di quei piedi. Occhi sporgenti, come chi indossa occhiali già nella culla. Capelli spettinati e fuori d’ogni fase. Nasone lungo da intellettuale francese. Denti perfetti da dentista croato. Mi si parò davanti e sorrise, poi bofonchiò uno “scusa” con un vocione da tenore tedesco, che avrebbe fatto paura ad ogni bambino. Avete presente quel vocione che hanno i sogni dei bambini quando passa l’orco? Bene, era quel vocione lì.
Lo guardai come si guarda un animale strano.
Ma decisi immediatamente di studiarlo a fondo.
La stessa mortale attrazione che prova la mosca per la pianta carnivora o la zanzara per la friggitrice elettrica.
Lui mi adottò invece come sua psicoterapeuta personale. Ancora oggi ci si domanda come riuscì a fare quell’affare e come riuscì a pagare così poco per la terapia. Iniziarono quindi lunghi periodi di intense chiacchierate.
L’animale, a posto delle orecchie iniziò ad indossare una cornetta telefonica, tenuta sempre più spesso tra capo e spalla. Era un’optional ormai divenuto indispensabile, e dentro quella cornetta viaggiavo io, il più delle volte. Viaggiavo dalle stanze del lavoro, al supermercato, alle intime stanze del bagno, in cucina mentre preparava fagioli e tonno, a letto quando si svegliava o si addormentava, viaggiavo. Viaggiavo sdraiata dentro la cornetta, ma come se non bastasse, viaggiavo sdraiata sulle mail che scrivevo, viaggiavo in auto e in treno, su e giù per il nord Italia.
Ma lo studioso, si sa, quando trova un caso interessante, non bada a spese di energia, spese materiali, fisiche e psichiche, sperando un giorno di essere sazio della sua sete di conoscenza e stupore.
Via via che il tempo passava l’animale rivelava sempre maggiormente caratteristiche interessanti, doti caratteriali tristemente note al mondo femminile sciorinavano la via dell’approfondimento. Bugie regalate a profusione tappezzavano le pareti auricolari e scivolavano inermi dai capelli che erano divenuti lisci, nel frattempo, dallo sforzo di trattenere idee pesanti e strippi costanti.
Elogi perenni e sperticati si arrampicavano lungo le pareti cercando appigli credibili. Overdose di complimenti e sentimenti arricchivano l’area toracica, gonfiando pettorali e velleità culturiste. Sovrastima di prestazioni sessuali con profusione di preliminari e dettagli. Notti insonni passate ad ascoltare un mellifluo passaggio di jazz, passato e ripassato fino a consumare la lente del laser e voci stridule di alcolizzati in compagnia di sani drogati, canti di interiori di matti border line.
Tre anni di studi intensi e viscerali. Analisi approfondite dalle punte delle unghie alla cima dei capelli. Trecento chili di dosi massicce di richieste di VOI come elemento ormai divenuto indispensabile alla sopravvivenza. Per giungere nell’arco di un mattino. Dal breve spazio dalla camera da letto al bagno a una sospensione nell’aria dell’emissione di una piccola grande verità, le sue prime vere tre parole. “NON T’AMO PIU’”. La terapia è finita immediatamente, l’animale non aveva più bisogno di un ammaestratore, l’insegnamento era stato efficace.
Non mi restò che complimentarmi con me stessa per la mia bravura, prima di mettere la quarta alla mia veloce macchinetta e prendere velocemente l’imbocco dell’autostrada.

scritto da palommellarossa | 22:08 | commenti (5) | Torna su


venerdì, 28 maggio 2004

Le perle di Riccardo



Come la mano aperta di Nettuno
protesa sul mare,
calma le onde e i marosi
ed ordina ai flutti ribelli di allinearsi in fila,
per la passerella davanti alle banchine del porto,
così la tua voce agisce su di me.

Cavallucci marini in fila indiana,
corrono saltellando intessendo perle di parole,
immagini e idee che il cavo telefonico conduce.
Piccole meduse in voille di chiffon sfilano in riga,
aprendo e chiudendo piccoli ombrelli,
motore propulsivo di spostamento.

Così il mio mare si doma, si calma e si acquieta.
Mentre osservo divertita te, che scali le rocce al fondo
per cogliere l’azzurro balenio che abita gli abissi
e restituirgli luce di corallo e madrepore

scritto da palommellarossa | 22:06 | commenti (2) | Torna su


lunedì, 24 maggio 2004

Avvistati Tonnivigliacchi



Qualche tempo fa Manginobrioches pubblicò un post sulle varie tipologie di uomini.
Chiunque lo avesse letto, si era imbattuto in elementi purtroppo noti della fauna terracquea e aveva rivisitato, grazie all'arguzia descrittiva dell'autrice, tipologie maschili tristemente famose, nel mondo femminile. Facendo un breve riferimento mentale agli uomini che ho incontrato io, (normalmente non mi piacciono le generalizzazioni, ma aiutano, oh si se aiutano), la stragrande maggioranza dei miei incontri propendeva per i Tonnivigliacchi.
Riprenderò qui l'argomento perchè ultime scoperte hanno permesso una maggiore delineazione delle caratteristiche dell'oggetto esaminato.
Caratteristica più importante, del soggetto Tonnovigliacco, è non decidere mai.
Spinnattare velocemente tra differenti ipotesi che generalmente si smentiscono l'una con l'altra, facendo occhi da triglia a destra e a sinistra.
Il tonnovigliacco, la mattina, si guarda allo specchio e si sputa in un occhio. Si detesta interiormente, sa che la sua carne è andata a male da lungo tempo. Il suo malessere parte dal cervello e si estende via via per tutti gli ambiti intaccando prima il fisico e poi l’emotività.
Il tonno vigliacco ha sempre bisogno delle vostre parole, dei vostri incoraggiamenti, dei vostri consigli, ma anche se vi assicura che li seguirà, statene sicuri, farà comunque di testa sua. Il motivo di tale instabile comportamento è depositato nella nulla personalità dell'individuo. Chi, infatti, non riesce ad affermare se stesso in primis con se stesso (scusate il gioco di parole) non può essere assertivo e concreto con gli altri. Per cui spesso assistiamo a bellissime rappresentazioni di intenti che non sfoceranno in nessuna realtà. Se vi chiedete il motivo di tale "impotenza esecutiva", essa risiede essenzialmente nell'incapacità di dire di "no". Come una bandierina sulla montagnola di un campo di rugby, il tonnovigliacco è preda di chiunque passi e lo prenda. Passivo con il vento e piegato dallo slancio della mano che afferra.
Il quoziente intellettivo del tonno vigliacco non è alto. Sembrerebbe all'apparenza persona colta e istruita, ma di tutti i libri e i film e i trattati affastellati nel suo cervello, non si nutre. Come una poesia imparata a memoria, utilizzata più per stupire che per interiore arricchimento, il tonnovigliacco dimostra di sapere e contemporaneamente dimostra di non aver compreso un tubo. Vi troverete così di fronte una persona apparentemente colta, ma solo apparentemente, poiché la cultura cinematografica, artistica, fotografica, geografica, linguistica etc. esibita, è come lo spessore di vernice che sostiene l'aria del nulla.
Il tonnovigliacco normalmente sparisce. Dopo interminabili dichiarazioni d’amicizia e profondi sentimenti nei vostri confronti, scende rapidamente negli abissi e scompare alla vostra vista. Tale insolito atteggiamento è spesso dovuto al fatto che il tonnovigliacco ha acchiappato un'altra bandiera e ha portato ancora una volta a casa il punto, per questo l'interesse nei vostri confronti si è affievolito, smorzato. Nulla di male, direte voi, ma averne almeno comunicazione sarebbe ottimale. Invece il tonnovigliacco scompare e non comunica. Non vedrete la sua pinna seguire la vostra barca per lungo periodo, non ascolterete le sue interminabili necessità di essere rassicurato da voi, e non dispenserete la vostra forza e la vostra amorevolezza. Se siete tra i più sfortunati avrete notizia del tonnovigliacco dalla sua temporanea concubina, la quale non vi farà mancare i dettagli sull'andamento affettivo-emotivo della LORO relazione.
Il tonnovigliacco generalmente si nutre di sensi di colpa, li mischia col plancton e li ingoia a tonnellate. Utilizza il senso di colpa per il semplice scopo di restare com'è. Infatti sentendosi colpevole e avvertendo del malessere, può prorogare ancora per lungo tempo, la decisione di crescere e cambiare. Questa breve dissertazione allo scopo di mettere in guardia le abitanti delle coste del blog, da simili avvistamenti. A volte si crede che abbocchino, i pescioni grandi... ma invece state abboccando solo voi.
Attenzione, quindi... la pesca è ancora aperta.













scritto da palommellarossa | 14:53 | commenti (8) | Torna su


giovedì, 20 maggio 2004
  Lettere d'amore



 

Siediti, mettiti comodo, respira piano, cerca i miei occhi, ascoltami.
Cerca di sentire la mia voce mentre leggi queste mie righe, cerca di trovare nel fondo il significato reale, non pensare di poter intuire un concetto ma lasciami finire di parlare. Conosco la strada che percorri ogni giorno, conosco i passi che non conducono in nessun posto, conosco i sentieri tortuosi che ci separano dalle nostre mete, conosco i tuoi piedi e le loro piccole piaghe e il dolore che sentono a scollarsi da terra. Conosco giornate di inedia con il ballo di un tarlo che rode sempre la stessa asse. Fermati, ascoltami, percepiscimi come se fossi la tua voce e non la mia. Lasciami camminare dentro di te a pulire il giardino dalle erbacce malevole, quelle che tolgono ossigeno alla terra e impediscono alle foglie secche di macerare. Lasciami provare a insegnarti una nuova musica, nuove parole e nuovi alfabeti, nuovi nomi. Nuove immagini da inserire nell’album annerito delle frustrazioni, per cancellarle, opacizzarle, spegnerle. Non vedi, la primavera prepara gli affreschi, il gelo prima o poi mollerà la presa, possiamo inventare nuovi colori e guardare i bambini mentre li utilizzano. Guarda, non restare con gli occhi incollati a quell’angolo, 380 gradi aspettano solo l’ombra di un tuo cenno. Il vivere è aperto, la scala mobile aspetta solo che tu spinga un passo e poi un altro. Alzati, cammina lento, i giorni si susseguiranno come gradini in salita e il movimento automatico ti condurrà in alto verso la risoluzione di te stesso. Prendi lo specchio e guarda i tuoi occhi, riconosci il loro colore, cercalo e spingi nell’iride nuova linfa, schiarisci.
Smettila di lavorare per il tuo fantasma, quello che troppo hai nutrito e pasciuto, respingilo se arriva, non essere sua preda. Non farti condurre nei tortuosi budelli della finta verità, quella che inventi continuamente pensando di proteggere te stesso. Non cedere alle tue lusinghe, preservati. Difenditi dal dirti che sei innocente, cerca col lumicino tutte le tue colpe. Cerca le parole che non hai detto e mettile in fila. Riprenditi i pensieri che non sono riusciti a diventare un fatto, scrivili sul libro rosso dei conti in sospeso calcando la mano della volontà per la prossima volta. Cerca le strade più difficili per tornare a casa e bada di tenere lo sguardo sempre rivolto all’obiettivo. Ecco, sei pronto.
Io ti lascio. Per sempre.






scritto da palommellarossa | 22:29 | commenti (8) | Torna su


lunedì, 17 maggio 2004

 

  Sulla riva del lago

 



 

Su questa riva del lago, circondato dai monti con le cime ancora innevate, allungata sulla mia sdraio gialla chiudo gli occhi e mi scaldo nel sole del mattino, sonnacchioso e silente. La riva del lago porta piccole onde che si sperdono in silenzio senza il tumulto delle maree.
Costume nero sulla pelle abbronzata, capelli legati e sfilacciati in disordine sparso. Ciabattine azzurro mare ricoperte di perline, abbandonate sotto la sdraio. Il telo nero di seta raggrinzito dalle pieghe del corpo, si sveglia con piccole roselline rosse ai bordi sfrangiati.
Sonnacchiosa con l’odore di crema, i pensieri non volano. Inseguire per un attimo il volo dell’aquilotto in caccia che si staglia lassù per abbandonarsi immediatamente alla caduta libera dei pensieri e dei gesti. Cinguettii gioiosi di ritrovamenti festaioli e gare tra i nidi. Passaggi di anatre maestre di anatroccoli impertinenti e loquaci. File di pesci in passeggiata con esibizioni di piccoli salti fuori dal respiro dell’acqua.
Pigrizia e torpore, abbandono agli affetti.
Riccardo, sdraiato accanto a me, passa un dito sulle mie labbra e sussurra buongiorno col sapore di una brezza di vento. Halya sulla sedia allunga pigramente le gambe e con la voce roca chiede di non pensare stamattina. Al tavolo sotto l’albero dalle foglie piangenti, il bardo con suo testo di chimica ripassa la formule, mentre gli occhi pungenti girano in cerca di concentrazione e provano a scacciare i sogni del giorno. Mangino, col cappellino rosso, insegue con un retino la farfalla felicità che è azzurra come la vita. Ilia, sotto l’ombrellone scrive un piccolo lento racconto che scorre sul foglio come crema solare, con lo stesso profumo. Sette si stira, sorseggiando caffè.
Più lontano, sotto la veranda, all’ombra, un guitto si versa del te con gli occhi immersi in un testo in cirillico. Aggrotta la fronte e riflette sul nulla delle cose.
Il sole è accogliente, invita al silenzio e alla pigrizia. Finalmente l’abbandono è possibile. Chiudere gli occhi, sentendo l’affetto e il bene degli amici. Abbandonarsi al calduccio degli abbracci e finalmente dormire.









scritto da palommellarossa | 10:13 | commenti (6) | Torna su


venerdì, 14 maggio 2004

Chi sono?



Si potrebbe pensare che son matta. si, lo si potrebbe tranquillamente fare. Se siete di quelli che credono che esista un riferimento di sanità mentale, universalmente valido, son matta davvero. Io non ci ho mai creduto. Non ho mai creduto che vi sia un modo di essere esemplare a cui unirsi o distaccarsi, avvicinarsi o allontanarsi.
Ho sempre vissuto sulla mia spiaggia, bagnata dal mare del dubbio, cercando di prendere le mie onde sempre in pieno. Nulla mi è mai strisciato addosso che non avesse un gusto preciso o deciso. Le ambiguità le ho scansate meticolosamente, le doppiezze le ho viste ogni tanto ma l'antivirus le ha immediatamente segnalate.
Porto dentro di me universi di persone che sono e sono state importanti. Persone con cui vi sono stati intensi scambi di emozioni e sentimenti, sempre rosso il colore che mi distingue. Porto dentro di me un carattere forte e determinato ma laghi lucenti di dolcezza, fiumi ampi e tumultuosi di passione e veemenza. Non ci sono colori pastello nelle mie giornate, piuttosto il bianco del nulla e il nero del fondo della terra. Mi vive accanto un uomo. un uomo che ha deciso di amarmi come sono, io lo invidio per questo, io non ne sono capace. Vivo in una città di montagna ma tutta me stessa è mare. Mi rifuggio nella mia casa sulla spiaggia, dove abito per tre mesi l'anno. Lì passano l'inverno gran parte dei miei pensieri, alla ricerca di luce e calma piatta. Gli anni sono passati e continuano a passare, la prima macchina di mio padre è stata una Dauphine. Il primo televisore è entrato a casa mia che avevo 6 anni, nessun altro nel palazzo ne possedeva uno, e la sera tutti i condomini si trasferivano a casa mia come andassero al cinema o ad una festa. Ho fatto gli studi in Sicilia e a 18 anni mi son trasferita a Roma. Amavo il suoi spiazzi larghi e ventosi, le pietre antiche e bianche, ma anche il nero della notte e le cose oscure.
Ho amato gli uomini amandone prima la loro disperazione, la tristezza e l'angoscia. Ho donato luce agli angoli più bui della loro testa e ne ho ricavato spesso pesci in faccia, perchè in fondo è vero quel verso di canzone che dice "gli uomini non cambiano".
Non mi sono mai rassegnata ad accettare bugie come strade di verità e includo nelle bugie pure le balle che raccontiamo a noi stessi.
Ho tante amiche, tutte care e speciali. Donne forti, che san tirar le corde della vita e del cuore.
Una foto di questo istante mi ritrae in jeans e maglia blù, scarpe con tacco 12 color cuoio. Son già abbronzata, ne vado molto fiera. Capelli lunghi scendono sulla schiena con riflessi rossi e avvitati come fili di vitigno. Mi piace il vino, ma non amo ubriacarmi. Da qualche tempo mi piace anche un enologo, che sta mettendo ordine alla mia vita. Sta cercando di orientarmi lo sguardo, di farsi guardare bene bene, e ci alterniamo nel donarci luce. Siamo felici come due cinciallegre. Cinguettiamo dal mattino alla sera piano piano e fitto fitto, ridendo. La chimica ci ha regalato questa piccola felicità e speriamo di mantenerla.
Non gli è stato facile passare dal mio portone, ma ha davvero insistito perchè aprissi l'uscio e lo guardassi negli occhi. Erano verdi, come i miei nei momenti di quiete. Ho aperto. Ho messo la zeppa e lascio aperta la porta, spero che un colpo di vento non la chiuda di botto... io sono facile alle tempeste......










scritto da palommellarossa | 13:43 | commenti (3) | Torna su


giovedì, 13 maggio 2004

LODE DELLA CATTIVA CONSIDERAZIONE DI SE’



La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà
Delle proprie azioni.
Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.

Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano
Vivono come vivono e sono contenti.

Il cuore dell’orca pesa cento chili
Ma sotto un altro aspetto è leggero.

Non c’è nulla di più animale
Della coscienza pulita
Sul terzo pianeta del Sole.

Wislawa Szimborska




















scritto da palommellarossa | 21:36 | commenti (2) | Torna su


martedì, 11 maggio 2004

 

  L'anima Mascherata

 



 

L’anima mascherata apre la scatola nera, quella coi pizzi di velluto arricciato.
Una piega amara le segna la bocca mentre disegna il contorno con la matita scura. Lucido, il gloss copre gli impercettibili solchi delle labbra carnose, rendendole simili a un germoglio rosso. I capelli si riuniscono in ciocche morbide e scomposte e incorniciano la maschera nera dentro la quale navigano gli occhi da pazza invasata. Lo specchio ripete le parole, “l’ho fatto ancora, l’ho fatto ancora”.
Strano, la loro espressione è rimasta inalterata negli anni, sono rimasti gli stessi occhi di bambina. Occhi curiosi, chiari e profondi, occhi che parlano, anche adesso parlano, anzi cantano una nenia antica fatta di parole incomprensibili disegnate sulla scala di sol. Il telefono squilla, un nome appare sul led, scorre rapido e si esaurisce come uno sguardo distratto. Nessuno risponde.
L’anima ha indossato la maschera. Ha chiuso la porta alla vita.
Per adesso solo la vestizione ha importanza. Solo l’indossare indumenti uno sull’altro in armonico contrasto, è importante. Ogni dettaglio è cercato, curato, esasperato in una lentezza sensuale e calcolata. L’anima si veste pian piano utilizzando le calze per accarezzare la pelle. La maglia nera avvitata fascia il corpetto lasciando uscire dalla scollatura il tepore. Il seno ansima nello sforzo di trattenere l’urlo profondo di sgomento e di rabbia.
I tacchi delle scarpe nere, morbidamente costringono il piede in un’innaturale posizione inclinata che dona all’andatura un passo titubante e felino. La strada, illuminata da una collana bianca di neon, sciorina giù lungo la collina fino alle luci rosse della città. Il cielo nasconde le stelle e coltiva il suo smog, pulviscolo rosa, sospeso a non far volare troppo in alto lo sguardo. La via è segnata, è sempre la stessa. La meta è altrove, nessun autobus vi giunge e la mappa della città non la riporta.
Angeli curiosi dalle lunghe unghie nere affilate, si affacciano come spettri pietosi a controllare l’uscita. Voltano sdegnosi la testa nell’immobilità dei loro capelli, non appena la riconoscono. Sanno che con lei, hanno poco da fare.

 








scritto da palommellarossa | 18:40 | commenti (2) | Torna su


lunedì, 10 maggio 2004

 

diario verbale

 

 



-"Sei carino, carinissimo. Divertente e intelligente, di neurone veloce, creativo e pasticcione. Dovrò stare attenta con te, tenerti a freno un pochino, orientare i tuoi pensieri in un luogo tranquillo, dove posso chiudere gli occhi e riposarmi ogni tanto. Vorrei fidarmi di te, ma non sempre ci riesco, per farlo devo sforzarmi e accettare di donarti fiducia. Sei solare, ma non mi fido. Non ancora.
Mi piace la tua attesa, mi piace il tuo non infrangere i patti, la tua voglia di andare avanti e il modo in cui mi rispetti. Quando sono con te le parole non hanno importanza, sono gli occhi che raccontano di noi. Quando ti sento al telefono, invece, poche parole bastano per traspirare emozione, e le pause parlano più delle sillabe. Avrei voluto che mi prendessi la mano, per sentire che ero reale. Avrei voluto che quando hai annusato il mio collo per sentire l'odore della mia pelle, lasciassi depositato un bacio leggero. "

-"Sei bella, bella, bellissima. Di una bellezza particolare. La tua bocca e il sorriso li porto dentro di me. La tua anima si vede negli occhi, Quando passa un pensiero, riesci a comunicarlo con lo sguardo. Sei trasparente. La tua voce, il tuo modo di parlare, le cose che dici... rendi facili le emozioni complesse. Sembra che tutto sia chiaro dentro di te. Credevo leggendoti che fossi un po' triste, una persona viva ma con un fondo denso di tristezza. Mi accorgo guardandoti che sei allegra, che vuoi vivere a pieno la vita e la cosa più bella è che vuoi viverla riempiendo di gioia anche gli altri, questo si sente, questo io percepisco quando ti guardo. Quando sono con te, vorrei tenerti stretta a me, stretta stretta fino a farti male".






scritto da palommellarossa | 17:40 | commenti (2) | Torna su


domenica, 09 maggio 2004

A Mia Madre

 



 

Una piccola donna a larghi passi
nella neve.
Le sue orme sono forti
e non si riempiono mai.
I suoi occhi a fessura
colmi del guizzo basilare
sono nocchieri di scelte vitali.
Le mani piccole e forti
con unghie corte, appuntite
pronte alla difesa.
La sua voce
ha l’accento del mare
e il suo corpo si muove
come quello di chi è uso
prendere il vento forte in faccia.
La sua saggezza
le appartiene per imprinting,
una genetica dote
ereditata con la musa.
Mai ha avuto torto,
la ragione le è compagna di banco,
e la forza nell’arrancare la salita
si dinamizza self help.
La fantasia del vivere,
quello quieto, quotidiano,
quando le appartiene,
guarda sempre in alto lassù
in cima alla salita
che si appresta a montare
con la solita spinta natale
buttando indietro coi capelli
gli acciacchi e la vecchiaia.
L’affetto non sa plasmarlo
se non in forme singolari,
simili a quelle dei vecchi o delle suore.
Un trasporto acorporale
che non si concede all’esigenza
della carezza o del bacio.
Ma gli occhi,
gli occhi accarezzano, riscaldano
si colorano di verde
e diventano senza fondo
lasciando balenare
quella luce guizzante
che transita da sempre
nella fortezza dell’IO.

Anche il dono più bello
è fermato nello slancio
dalla sentinella ragione
che controlla le visite
dell’anima e ti ferma,
fragile e goffa
come un bimbo sorpreso
dall’occhio di DIO.


























































scritto da palommellarossa | 14:33 | commenti (4) | Torna su


venerdì, 07 maggio 2004

La difendo



Questa piccola felicità, piccola e fragile, come una lucina che tremula tremula avanza nell'aria. Questa piccola felicità che sento e che formicola sulle mie mani. Questa piccolissima goccia di sole, rubata al maltempo, chiara come la luna prima dell'eclissi solare.
Questa piccola sfera che è mia e tua, che è la nostra isola nel mare dei Sargassi dove i pescioni selvaggi passano voraci e le balene hanno fanoni rigidi per mangiarci tutti interi.
Questa piccola felicità, che io ti dono e che tu mi doni, nelle nottate al telefono, nei cento messaggi che ripetono il pensiero, nelle 10 lettere con tre frasi smozzicate... questa piccola felicità
Vorrei conservarla per i giorni più scuri. Vorrei preservarla dai malesseri della mente. Vorrei proteggerla da me e da te e dal mondo intero.
Vorrei mangiarla a colazione per nutrirmi di gioia. Vorrei berla col caffè per svegliarmi più forte. Vorrei metterla nei miei piedi per correrti incontro. Vorrei usarla per la mia voce per renderla più gioiosa al tuo orecchio.
Questa piccola felicità, che ci rende leggeri...
E' la nostra felicità di questo momento.
Nutriamoci adesso, illuminiamoci adesso, usiamola adesso...
e se domani arrivassero le nuvole, potremmo sempre ricordare che siamo stati felici e quel ricordo è per sempre.











scritto da palommellarossa | 12:35 | commenti (1) | Torna su


giovedì, 06 maggio 2004

 

  La verifica.. i cani e i gabbiani

 




Ogni volta che lei lo guardava dritto negli occhi, si complimentava con se stessa di come le sue ali, represse per tanto tempo, non si aprissero più di fronte a lui. Si sentiva smarrita auscultando il suo cuore con la meticolosa attenzione di un cardiochirurgo e non sentendo dentro alcun segno di vibrisse. Stupita, per tutta la prima ora del loro incontro, non aveva fatto altro che domandarsi dove era finito quell'uomo che aveva amato così tanto e per così tanto tempo. Ora le sembrava un fantasma rivestito da lei con colori e spessore d'uomo che probabilmente lui neppure sapeva di indossare.
Eppure Nulla. Solo rabbia sapeva rintracciare nel fondo del suo sacco. Rabbia e lacrime di un sacco che ancora non aveva potuto svuotare. Improvvisamente ricordava un sogno che aveva rimosso.
Ricordava che camminando per la sua città con le ali nei piedi dei sogni, aveva letto il suo nome sugli annunci mortuari di fronte al palazzo dell'università. Ricordava di aver pianto dormendo e di essersi risvegliata per il bruciore delle lacrime. Poi nulla.
La realtà aveva asciugato i suoi occhi e lasciato vivo lo sguardo.

E adesso trovarselo lì davanti e confrontarlo con le immagini depositate nella sua mente... Lo aveva amato, ma come aveva fatto? Aveva aperto la sua vita per lasciarlo entrare, lo aveva fatto accomodare nella stanza di velluto e lo aveva posto al centro del tappeto rosso... e adesso, sentiva di aver accolto un clandestino, senza documenti, senza identità.
Nella piccola trattoria vicino al porto, non era riuscita a mandar giù che quanche boccone di una fetta di pesce al sapore di stoppa. Il vino bianco le aveva fatto venire il mal di testa ma in compenso, inaspettatamente, aveva rintracciato il calore nei suoi occhi.
Nel deserto dei sentimenti, si apriva una piccola rosa e ancora la sabbia non l'aveva congelata. Era stato un luccichio improvviso. Una polverina sfuggita all'iride dorata ben celata dietro gli occhiali. Lei gli aveva preso, allora la mano. La mano per sentirne il calore. E immediatamente le arpe iniziavano a suonare la canzone del desiderio. Parlavano i gesti e il sangue. Le parole cascavano per terra espandendosi tra le fessure delle piastrelle di cotto sul pavimento.
Dal cilindro del prestidigitatore lui prendeva bianche colombe che cercavano appigli terrestri per evitare i voli. Ed ecco per magia apparire fidanzate, lavoro, prospettive e ancora parole - pensieri editi e inediti, sanza fruscio di novità.
Ancora una volta lei assisteva alla materializzazione dell'illusione ottica che lui cercava di darle da bere col pessimo vino d'osteria. Razionalizzazioni e prospettive dechirichiane con sfondi lunghi e svuotati, questo vedeva lei, mentre sotto la tavola si nascondevano desideri troppo evidenti per un solo bicchiere di vino.
Lei lo osservava con le spine nello stomaco che graffiavano da dentro viscere e carne senza far alcuna distinzione. Lo osservava nel suo spettacolo. Non era mai scappata, lei, e non lo avrebbe fatto neanche adesso. Aveva pagato caro per godersi la commedia e in qualsiasi modo finisse il terzo atto, sapeva che sarebbe rimasta lì a guardare l'estraneo che aveva di fronte recitare la parte del fidanzato di un'altra. La divertiva vederlo armeggiare le difese nel tentativo di controllare le emozioni. Se non l'avesse fatto, lei sapeva come sarebbe finita. E le veniva comodo che lui si armasse così tanto, perchè lei non aveva preparato una risposta.
Il treno partiva alle 17 e mentre lui l'accompagnava alla stazione greggi di parole sfuggivano all'attenzione rilassata del cane pastore .
"Cosa fai stasera?"
Le aveva chiesto, quasi a voler tentare la sorte..
-"Non so, arriverò a casa verso le 23" - Aveva risposto guardandolo dritto fisso negli occhi.
I cani alzavano le orecchie e riprendevano le corse, le pecore si raggrumavano in difesa.
Cadevano le parole stavolta sui sampietrini di fronte al ponte del piccolo naviglio. Cadevano le parole di fronte alla chiesa degli ebrei. Cadevano le parole e lei saliva sul treno.
Respirando piano nel minicomfort del compartimento, si interrogava su quale sarebbe stata la sua risposta se lui fosse stato capace di formulare sinceramente la domanda. L'unica cosa che riusciva a dirsi era:
Io vedo dove volano i tuoi gabbiani
ma tu vuoi tenerli in gabbie di vetro
per fargli cantare
il cinguettio dei passeri
Non è della loro libertà che hai paura
Ma della tua.



























scritto da palommellarossa | 20:39 | commenti (4) | Torna su


martedì, 04 maggio 2004
L'Urlo della Madonna



Lei è bella, di una bellezza personale, non codificata. Somiglia a quelle madonne delle pale lignee del 200 che affrescano molte cappelle dell’Alto Adige. Una volta rimasi di stucco vedendola dentro un castello, dipinta col suo sguardo. Le spalle piccole, strette, due piccole arance per seni, e fianchi tondi, morbidi, gambe piene e tornite, chiaramente caviglia tonda, imponente.
Lei è saggia, è sempre stata saggia, credo che ci sia nata in questa maniera. Più saggia di sua madre, che non ha mai vissuto, più saggia dei fratelli che hanno rinchiuso le frontiere mentali, più saggia delle sua amiche che come aquiloni volano intorno a lei che tiene ancorati i fili della realtà di noi tutti.
Lei è modesta, tiene gli occhi bassi, nascosti dentro gli occhiali e non risparmia mai un parere quando si chiede. Parla con la voce delle mamme, delle nonne, della vita, quasi seguisse un copione che lei sola conosce e che sempre si porta in scena.
Lei aveva un amore, uno grande, di quelli che si tengono per la vita. Amava un uomo non semplice, gioioso fuori e cupo dentro. Un uomo, che solo lei riusciva ad addolcire con lo zucchero nel caffè, e uno sguardo di occhi nocciola, languidi e dolci come quelli di una cerbiatta.
Insieme costituivano una forza della natura, l’unione tra il dolce e il salato, la passione e l’affetto, la saggezza e l’irruenza, l’istinto e la ragione.
Lui se n’è andato all’improvviso dopo una giornata di bagordi con l’ultima occhiata dall’ambulanza rivolta ancora agli occhi di lei. Poi si sono spenti. Lui per sempre e lei aggrappata al dovere di portare avanti le cose iniziate.
Dignitoso il suo dolore, senza lacrime e senza parole. Stupita giorno dopo giorno, senza lacrime. Fino a un mattino di luglio in spiaggia, un urlo acuto, lontano e una collera, una rabbia da far volare lontano anche i gabbiani.
Era arrabbiata, arrabbiata con lui.
Per non averla aspettata, per non averla salutata, per averla lasciata lì, davanti all’ambulanza. Che Dio, era stato quell’uomo se poi l’aveva lasciata così, senza una parola, né un’ultima conferma? Lì con due figlie da finire di crescere e una vita piena di responsabilità non più condivise.
Non era addolorata, non era avvilita, era incazzata, nera.
Poi il tempo quello che non cambia nulla, quello in cui guardi la vita degli altri e non vedi più la tua. Il tempo, l’inutile tempo che non guarisce niente. E quel dolore cupo, nero come le nuvole e i fulmini della rabbia sorda che monta dentro, magari mentre al negozio servi una signora in punta di dita e con voce soave incarti pacchetti e pacchettini e infiori i prodotti. E zitta, dignitosamente zitta, inghiotti dentro. Inghiotti la tua solitudine, inghiotti gli amici stronzi che ti lasciano a casa perché sono tutti in coppia tranne che te, inghiotti le storie delle tua amiche, inghiotti le occhiate da falco che ti lanciano gli uomini dietro alle spalle. E tu inghiotti e cominci ad intuire che qualcosa dentro di te cresce e crea una strada, una strada di silenzio ti si calcifica dentro e si fonde col tuo dolore, e si crea una pietra, una pietra che ti pesa la notte, una pietra di rabbia, fuoco e dolore. E il dottore un mattino ti recita la parola… “Cancro – si tratta di cancro”- e tu sorpresa, mi chiami e finalmente mi dici:-“ Adesso sì che devi aiutarmi, adesso si che devo gridare… prestami la tua voce”.













scritto da palommellarossa | 23:12 | commenti (12) | Torna su