A volte ci penso, ebbene si, come se mi pettinassi i capelli, come se mettessi in ordine ciocca dopo ciocca, tutte le idee passandole in una virtuale rastrelliera, analizzo questa sottile differenza. Differenza dalle cose che leggo, differenza dai valori che si esprimono, differenza nel modo di vivere e interpretare la vita. E’ stato ieri che ho deciso di parlarne qui, è stato ieri lasciando un commento a qualcuno, il cui grido accorato è rimasto dentro la testa addirittura senza neppure passare dalle orecchie. Parlo d’amore, oggi. Parlo della mia visione, se volete del mio egoismo, della mia presunzione, del mio totalitarismo, anche, ma parlo d’amore. L’amore si apprende, c’è poco da fare. Nessuna scuola ci insegna come e quanto dobbiamo amare. Impariamo a farlo, ammesso che si impari qualcosa, sulle nostre spalle, riempiendoci di spilli il cuore. A casa mia, il modello di riferimento, non era una grande esperta di abnegazione, neppure di devozione pedissequa e tanto meno di costruzione di complicità. Così ho sempre creduto che l’importante fosse possedere se stessi, aversi interamente, dalla punta dei piedi ai capelli. Aversi interamente, con tutti i sentimenti a posto e i giusti spazi, prima di affidarsi all’amore di qualcuno. Le abluzioni personali, quindi non potevano prescindere dal pulire dentro di noi, tutto ciò che fosse “incerto” o non risolto. Avere chiaro il valore che siete e che possedete prima di metterlo in relazione con un altro valore. Stabilire una modalità di relazione possibilmente paritaria, se non addirittura leggermente superiore dalla vostra parte (a noi donne questo piace da morire). Non consentire a nulla e a nessun terzo di entrare nella vostra personale relazione, trovare casomai, un ambito privilegiato, una piccola stradina comune nella quale trovarsi, costruendo giorno dopo giorno una lingua comune. Entrare e passare in quella strada, sempre con il massimo rispetto e con la più assoluta consapevolezza. Saper volare da soli, per poter provare a volare in due. E lasciarsi andare, fino in fondo, e fino al fondo del fondo, per cercare di scoprire insieme a un altro, quanto è profondo quel fondo in cui si può arrivare. Aumentare il livello di volontà ed esprimerlo – Io voglio te perché sei tu, con le tue caratteristiche – Coniugare la volontà di avere un rapporto con la scelta delle modalità di rapportarsi correttamente –cosa vuoi tu da me, cosa voglio io da te – Il tutto senza mentire, senza nascondersi. E se funziona, allora si vola. Si vola giocando, si vola correndo, si vola gioiendo. Ma quando il volo plana, quando si scende a terra, quando vi scaraventano, magari, dall’aereo mentre è ancora in cielo, allora la vostra personale rotta DEVE cambiare. Allora dovere raccogliere più in fretta possibile i vostri beni personali e metterli al sicuro. Allora dovete difendervi in primis da voi stessi. Dovete smetterla di fare il satellite di un pianeta che non gira e dovete iniziare a fare ancora il pianeta di voi stessi. Dovete rimuovere, riconoscendole come fuorvianti e nemiche, tutte quelle sensazioni che come una calamita continuano a riproporvi la vecchia strada. Dovete lottare con la vostra testa, perché il pensiero in un attimo di relax non torni indietro e crogiolarvi nelle nostalgie. Dovrete staccare dalle vostre pareti mentali, quei quadri di Lui-Lei, che amorosamente avevate appeso, con ganci più o meno resistenti. Invece cosa vedo spesso? Vedo che negli abbandoni le persone lavorano per tornare sempre sul tappeto di spilli. Lavorano per rimanere invischiate nella colla vinilica di un sentimento morto e finito, almeno da un lato. Lavorano per restare intrappolate in quella sfera, anche se quella sfera, ormai, è piena solo di dolore. Perché, mi chiedo? Perché voler soffrire ancora e ancora e sbattere sempre contro la stessa porta? E’ chiusa quella porta, non ha funzionato a dovere, nonostante le buone intenzioni. L’amore non si comanda, difficilmente torna, quasi mai si ricrea. Imparare a riprendersi, imparare a non rafforzare i sensi abbandonici, imparare ad orientare la propria mente su altri, nuovi o vecchi canali, imparare a girare pagina, non è facile, ma se invece di lavorare per riprendere noi stessi, continuiamo a sublimare l’altro e la sua assenza, difficilmente ci riprenderemo. Vi dico questo perché ho letto troppo spesso monumenti all’assenza o alla memoria, costruzioni megagalattiche di persone illuminate dai fari del Vorrei, che fuori da quei fari sarebbero solo zanzarone. Mitizzazioni di storie che nella realtà non sono neppure state vissute, gridi di assenza e dolore, strazi, ed altro e mentre leggevo, mi sono sempre domandata: “Ma questa… per chi sta lavorando? E per cosa? Per liberarsi o per invischiarsi ancora?” Meditiamo gente……
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