mercoledì, 16 giugno 2004
Piegare la realtà ai sogni



A volte al mio risveglio faccio fatica a comprendere chi sono. In quale stadio della mia vita cammino, quali doveri avrò oggi nell’oggi che comincia.
Così stamane non ero io che mi alzavo dal letto, ma la bambina che sono stata. Mi son svegliata con l’odore antico della vaniglia e del latte sulla tovaglia azzurra su cui campeggia un piccolo iris giallo, poggiato sul carrello della mia stanzetta. Perchè respingere quell’odore e piegarlo al nero del primo caffè?
Ci salto dentro e percorro la strada che mi riporta indietro nel tempo alla ricerca dei dettagli che ogni tanto mi vengono a trovare. Come vetrini colorati in un caleidoscopio cascano e si ricompongono riformulando forme e giochi di luce.
La mia stanza aveva una finestra con le persiane verdi. Il sole entrava piano e con rispetto passando prima per il mio giardino. L’albero vecchio di cedri si pavoneggiava dei suoi frutti per tutto l’anno, fino a quando la muffa non aggrediva il giallo della buccia dei limoni rendendola porosa e molliccia, contesa da nuvole di avidi moscerini. Il mio giardino col sapore di terra, scura e impalpabile è stata l’oasi di tutta la mia infanzia, io lì mi aggiro spesso nelle ore dell’alba succhiandone una sensazione di abbandono di pace. Mi ritrovo la bambina che ero, bionda e bellissima sempre vestita all’inglese, per la mania che mia madre aveva di kilt e calzettoni, la bambina sola, lasciata sempre a casa della zia, nelle interminabili domeniche d’azzurro in compagnia del vento e dell’altalena. Parlavo con i fiori, una grande pianta di ortensie, le mie amiche, che duravano tutta la stagione e a volte anche di più, incanutendosi di grigio. Verso la fine di ottobre le curavo con maggiore attenzione, comprendendo la loro fatica a procedere avanti nella vita. Osservavo le piccole rughe nei mille petali e vi cercavo il ricordo del colore originario. Sbiadivano le ortensie man mano che sbiadiva l’estate. E l’angolo del cimitero dei pesci rossi, tutti sepolti con solenne funerale nei barattoli della conserva. Composizioni di petali a memoria di tomba, composizioni a cui il vento di scirocco non portava nessun rispetto lasciando i piccoli cumuletti di terra nudi e spogli. Mattoni rossi delimitavano le aiuole, spesso bisognava riordinarli, come se la terra avesse un moto proprio di cui non potessimo governare granchè. Mattoni rossi che cadevano giù lasciando solchi neri di terra, abitati da imperturbabili lombrichi.
A Natale il giardino era in festa, l’albero delle stelle fioriva di rosso. L’albero era dietro all’altalena e sapeva guerreggiare, si difendeva bene dalle mie spinte indietro e i rami mi accompagnavano nello slancio in avanti, ho ancora addosso il suo sapore e la consistenza appiccicosa del latte che puntualmente sporcava il mio maglione sulla schiena. Per un certo periodo ho amato la gigantesca Cicas, nonostante avesse tante spine, ma un giorno accorgendomi che dava alloggio a grossi grilli e ad incredibili ragni che tessevano tele spesse come corde di canapa, l’amore si spense. Dal fondo del giardino apparivano sempre all’improvviso le mani di ballerina Indù della zia Sarina. Erano mani deformate dall’artrite che nessun medico sapeva curare, erano mani da cui prendevo le uniche carezze, arcuate e mai calde per difetto del tocco, ma l’amore che quelle mani mi hanno dato nessuna perfetta manicure avrebbe potuto mai più neppure imitarlo.

scritto da palommellarossa | 09:44 | commenti (14) | Torna su


venerdì, 04 giugno 2004
L'amore a modo mio


A volte ci penso, ebbene si, come se mi pettinassi i capelli, come se mettessi in ordine ciocca dopo ciocca, tutte le idee passandole in una virtuale rastrelliera, analizzo questa sottile differenza. Differenza dalle cose che leggo, differenza dai valori che si esprimono, differenza nel modo di vivere e interpretare la vita. E’ stato ieri che ho deciso di parlarne qui, è stato ieri lasciando un commento a qualcuno, il cui grido accorato è rimasto dentro la testa addirittura senza neppure passare dalle orecchie. Parlo d’amore, oggi. Parlo della mia visione, se volete del mio egoismo, della mia presunzione, del mio totalitarismo, anche, ma parlo d’amore.
L’amore si apprende, c’è poco da fare. Nessuna scuola ci insegna come e quanto dobbiamo amare. Impariamo a farlo, ammesso che si impari qualcosa, sulle nostre spalle, riempiendoci di spilli il cuore. A casa mia, il modello di riferimento, non era una grande esperta di abnegazione, neppure di devozione pedissequa e tanto meno di costruzione di complicità. Così ho sempre creduto che l’importante fosse possedere se stessi, aversi interamente, dalla punta dei piedi ai capelli. Aversi interamente, con tutti i sentimenti a posto e i giusti spazi, prima di affidarsi all’amore di qualcuno. Le abluzioni personali, quindi non potevano prescindere dal pulire dentro di noi, tutto ciò che fosse “incerto” o non risolto. Avere chiaro il valore che siete e che possedete prima di metterlo in relazione con un altro valore. Stabilire una modalità di relazione possibilmente paritaria, se non addirittura leggermente superiore dalla vostra parte (a noi donne questo piace da morire).
Non consentire a nulla e a nessun terzo di entrare nella vostra personale relazione, trovare casomai, un ambito privilegiato, una piccola stradina comune nella quale trovarsi, costruendo giorno dopo giorno una lingua comune. Entrare e passare in quella strada, sempre con il massimo rispetto e con la più assoluta consapevolezza. Saper volare da soli, per poter provare a volare in due. E lasciarsi andare, fino in fondo, e fino al fondo del fondo, per cercare di scoprire insieme a un altro, quanto è profondo quel fondo in cui si può arrivare.
Aumentare il livello di volontà ed esprimerlo – Io voglio te perché sei tu, con le tue caratteristiche – Coniugare la volontà di avere un rapporto con la scelta delle modalità di rapportarsi correttamente –cosa vuoi tu da me, cosa voglio io da te – Il tutto senza mentire, senza nascondersi.
E se funziona, allora si vola. Si vola giocando, si vola correndo, si vola gioiendo.
Ma quando il volo plana, quando si scende a terra, quando vi scaraventano, magari, dall’aereo mentre è ancora in cielo, allora la vostra personale rotta DEVE cambiare.
Allora dovere raccogliere più in fretta possibile i vostri beni personali e metterli al sicuro. Allora dovete difendervi in primis da voi stessi.
Dovete smetterla di fare il satellite di un pianeta che non gira e dovete iniziare a fare ancora il pianeta di voi stessi. Dovete rimuovere, riconoscendole come fuorvianti e nemiche, tutte quelle sensazioni che come una calamita continuano a riproporvi la vecchia strada. Dovete lottare con la vostra testa, perché il pensiero in un attimo di relax non torni indietro e crogiolarvi nelle nostalgie. Dovrete staccare dalle vostre pareti mentali, quei quadri di Lui-Lei, che amorosamente avevate appeso, con ganci più o meno resistenti.
Invece cosa vedo spesso? Vedo che negli abbandoni le persone lavorano per tornare sempre sul tappeto di spilli. Lavorano per rimanere invischiate nella colla vinilica di un sentimento morto e finito, almeno da un lato. Lavorano per restare intrappolate in quella sfera, anche se quella sfera, ormai, è piena solo di dolore. Perché, mi chiedo? Perché voler soffrire ancora e ancora e sbattere sempre contro la stessa porta? E’ chiusa quella porta, non ha funzionato a dovere, nonostante le buone intenzioni.
L’amore non si comanda, difficilmente torna, quasi mai si ricrea.
Imparare a riprendersi, imparare a non rafforzare i sensi abbandonici, imparare ad orientare la propria mente su altri, nuovi o vecchi canali, imparare a girare pagina, non è facile, ma se invece di lavorare per riprendere noi stessi, continuiamo a sublimare l’altro e la sua assenza, difficilmente ci riprenderemo.
Vi dico questo perché ho letto troppo spesso monumenti all’assenza o alla memoria, costruzioni megagalattiche di persone illuminate dai fari del Vorrei, che fuori da quei fari sarebbero solo zanzarone. Mitizzazioni di storie che nella realtà non sono neppure state vissute, gridi di assenza e dolore, strazi, ed altro e mentre leggevo, mi sono sempre domandata: “Ma questa… per chi sta lavorando? E per cosa? Per liberarsi o per invischiarsi ancora?” Meditiamo gente……

scritto da palommellarossa | 20:14 | commenti (8) | Torna su