De Tarczal
Tra le vigne De Tarczal un raggio di sole
fende la foschia e oltrepassa i gialli autunnali.
Ci sorprende a rincorrerci
Nel gioco della felicità.
Tu cerchi di afferrarmi
Ed io scappo.. ridendo.
Sfuggo al tuo pensiero
e alle mille domande
che non ti permetto di farmi.
Sfuggo al tuo amore
così costante e devoto.
Ai miei silenzi sorridenti
che son le tue risposte.
Tra i mille fruscii
Di un tetto di foglie
Trapassato di netto
Da un raggio di sole.
Tra acini ribelli
E cirri arrotolati,
come noi sull'erba,
morbida sotto le vigne,
plasmabile al desiderio,
io riconosco i tuoi occhi azzurri
che sono da sempre
i colori del mio mondo
e i confini della mia vita.
| Smoke | |
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| e adesso??? | |
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| Compleanno a BozenHause | |
Mancavo da un anno a quei sampietrini disconnessi, a quelle lastre di porfido che si intrecciano sotto i portici, scalfite da migliaia di fori per impedire al ghiaccio di formare una lastra omogenea. Mancavo da un anno dall'aria ordinata e pulita delle fioriere esposte ai balconi, traboccanti di foglioline e gerani, rossi come i bottoni sulle giubbe degli schutzen. In piazza Walter, una singolare torre di zucche, rammentava a tutti che Halloween è una festa importata. La Cattedrale, era sempre li, dove l'avevo lasciata, col tetto verde a scaglie, a ricordarti con la sua elevazione ascensionale che , il Grande dei Grandi fratelli è lassù che ti guarda e ti osserva, ma come sempre non muoverà un dito, neppure per aiutarti a sfilare quell'impertinente di tacco a spillo infilato in una fenditura. Camminavamo sotto i portici, sentendoci protetti, osservando distrattamente le vetrine. Ascoltavamo le voci di mandrie di studenti che in un meltingpot di tedesco e italiano, schiamazzavano scompigliando la quiete della notte. La BozenHouse ci accoglieva calda e distratta, non prestandoci molta attenzione, mentre prendevamo posto al tavolino di legno sotto i bottiglioni di grappa 2004, quasi interamente svuotati. La birra era chiara e densa, faceva gli anelli, per festeggiare un bravo spillatore. Il piatto era pieno di delicatessen e la salsa di rafano mi faceva starnutire. Nell'angolo una giovane coppia tesseva una premessa. Io cercavo i tuoi occhi, erano azzurri, mi pare... Si, lo sono sempre. Lo avevo dimenticato. Avevo scordato quanto e come sapevano guardarmi. Sentivo il sapore del tuo silenzio, sentivo il gusto dell'essere insieme da sempre. Sentivo i tuoi pensieri che camminavano con le scarpe pesanti e ogni tanto inciampavano su di me. Nessuna parola. Nessun gesto. Io e te. Come sempre, come il piatto e la forchetta. Come la pace e il silenzio. Come la terra e la semina. Come la nuvola e la montagna. Io e te....... Domani cerco un aereo per Parigi. |
| Piccole operazioni di infermeria spicciola | |
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| La Milia | |
Siccome la finestra della sua cucina è esattamente davanti alla mia porta d'ingresso. Siccome tra le statue di marmo che abitano il mio condominio, due villette a schiera, nel verde della zona alta della città, la Milia , come me, fa il custode, quindi si muove, parla e vive, giorno dopo giorno..... tra un buongiorno e un buonasera si è cominciato a parlare. In realtà io ero innamorata di suo figlio, lo guardavo con occhi sognanti e lo sognavo con occhi da presbite, senza mettere a fuoco, cioè, quella distanza, che tanti anni creano tra una generazione e un'altra. Forse era semplicemente la sua spensieratezza che guardavo, riconoscendola nel sangue, per come saliva sul suo vespone rosso o per quello strano giaccone di velluto blu scuro che portava d'inverno. Forse era il panorama più carino che poteva offrire la mia finestra sui meli, belli, invero, ma pur sempre solo meli. Era una famiglia quella della Milia. Allargata e aperta, con tanti amici che bivaccavano al sabato e alla domenica tenendoci svegli con musica e schiamazzi. Ma erano i rumori della Milia e non disturbavano i sonni, anzi li rallegravano, casomai, e Dio sa se ce n'era bisogno in quel periodo. Una volta l'anno arrivava la figlia polacca del marito, quella avuta dal precedente matrimonio. Una ragazzona alta e bionda, che non parlava una parola, e non certo perché non conoscesse la lingua. Vitavesca si chiamava, che nome! Per impararlo ci ho messo un mese, sforzo assolutamente inutile, visto che mai ho dovuto usarlo. Poi, un giorno, la Milia mi suona alla porta e mi chiede di farle un caffè, così di botto, come avessi aperto un bar nel condominio. E sulla tavola della mia cucina, proprio lì sul tavolo rotondo di cristallo, mi butta, come fosse acqua, la storia della separazione. "L'ho mandato via, l'ho cacciato di casa, ma lo amerò per sempre". La guardavo tranquilla, non avevo espressioni d'occasione da regalarle, non avevo emozioni e, quel che è peggio, non ne trovavo neppure in lei. Una settimana dopo tornava a casa con un cane, un enorme cane bianco burro. Un mese dopo tornava a casa con un uomo. Giovane e bellissimo. Canadese, seppi dopo, di ventisette anni. La Milia ha il doppio quasi dei suoi anni. Il mio caffè e la mia cucina divennero frequentatissimi. Come si poteva dimenticare che fossimo i soli guardiani del museo delle cere? "Cosa dirà la statua di marmo che abita al 12? E che penserà il quadro astratto di Magritte che sta al 15? E la coppia giovane di candelieri tardo ottocento del 10? La guardavo distratta. Ascoltavo senza parlare e poi, come sempre partivano le domande secche: "Ma ci stai bene? "-"Ti trovi?"-"Che ti frega!". Lei un po' stupita, muoveva i capelli lunghi e farfugliati, sbatteva gli occhioni e mi diceva: "Ma tu davvero dici?" -"Assolutamente!" E con quello era chiuso il discorso. E Milia giorno dopo giorno viveva la sua storia ed io dalla finestra vivevo i miei voli pindarici cascando e rialzandomi ogni volta e sempre sulla stessa lastra di ghiaccio. Nel tempo, occhiata su occhiata dentro la cucina non potevo fare a meno di notare che lui, il nuovo uomo della Milia, invecchiava. Invecchiava pulendo la casa, invecchiava riparando il tetto, curando il giardino, lavando macchine e cane. Invecchiava nei lavori part time. Ora portava anche gli occhiali e gli si diradavano i capelli. La Milia aveva preso un lavoro notturno, contenta e soddisfatta, partiva la sera tardi e tornava l'indomani. Nei nostri fugaci incontri nel posteggio parlava di lavoro, di soldi e spesso di amici che ci avevano lasciato. La guardavo dritta negli occhi, sperando di vederle una sola piccola ruga, l'ascoltavo lamentarsi della linea, in verità un po' curva, ma per quanto io cercassi, la Milia in realtà, ringiovaniva e la sua energia bastava a illuminare tutto il condominio delle Sabbienere. E Ieri, verso sera, mi ha chiesto il caffè. Ho aperto la porta, quasi mal volentieri, devo tenere una conferenza scocciante sull'e commerce e non so a che Santo votarmi. -"L'ho mandato via" - "Resteremo amici per sempre"- "Non lo voglio più a casa" - "Gli voglio bene, ma se lo tengo a casa, invecchio." - aggiungendo, quel che di peggio si può dire ad un uomo- "ormai è come un fratello per me"......La Milia..... |