Ieri
Ieri un mercatino in Austria con l'aria di Natale.
Ieri, avvolta in un'aria di neve mi specchiavo in bocce di vetro
dipinte a mano. Qualche volta il mio viso si adornava di un fiocco
di neve rosso, altre di un piccolo albero di natale.
Giochi di sovrimpressioni.
Fortunatamente non esistono palle di natale
con lacrime dipinte sopra....
altrimenti la tentazione di infilarci il viso dentro
sarebbe stata davvero irresistibile.....Ieri.
Quindi.....
Io non so per quale motivo, sicuramente splendido, sottinteso
Dovessi recarmi nella città di Samanah.
So semplicemente che me ne era venuto il ghiribizzo.
Per cui mi trovavo a girare, girare in questa città di pietra bianca lucente
dalla planimetria ottagonale con una sola strada a spirale e a senso unico
che da basso mi portasse su in cima. La città si ergeva davanti ai miei occhi
come un enorme budino di vaniglia.
Viuzze strette e vicoli senza cartelli si snodavano dalla strada principale
addentrandosi fino al centro, potevo solo intravederli continuando a salire con
la mia macchina circondata dai muraglioni bianchi abbaglianti.
All'improvviso mi si parò davanti una bambina che mi fissò dritta negli occhi.
Io frenai e il rumore delle ganasce infuocate fece correre verso la nostra
direzione tre guardie.
Imbracciavano strani fucili che ricordavano vagamente i fucili ad acqua
con cui giocano i bambini d'estate.
Ma quei fucili, adesso erano puntati su di me e sulla mia auto.
Un colpo, appena il tempo di rannicchiarmi tra i pedali dell'auto
e uno strano rumore.. quasi uno splash.
Mi avevano sparato vernice. Vernice gialla su tutta la portiera della
mia auto. Vernice che scivolava e colava e immediatamente si rapprendeva
come una strana macchia dentellata e colante sulla mia portiera.
Mi si avvicinò una vigilessa che con uno strano accento francese, mi
nominò pericolo pubblico massimo livello di allerta, per un intero mese.
Fu così che il mio solo scopo divenne quello di abbandonare
Samannah, ma come fare?
La strada era solo in salita e a senso unico.
Se mi guardavo intorno riuscivo a malapena a scorgere che
dalle feritoie sulle mura d'avorio io salivo salivo e i campi sotto si
restringevano e si rimpicciolivano.
Era una strada circolare a spirale e non esisteva un'uscita
che mi conducesse da un'altra parte. Anche oltrapassata la grande
rocca sulla cima si continuava a girare intorno.
Questo panoramico e movimentato racconto
è il sogno che ho fatto stanotte.
Secondo voi... cosa mi sto dicendo?
Ancora piccole operazioni di macelleria spicciola.
Ovvero spigolature nel settore dello smaltimento dei rifiuti urbani.
Ballare questo tango con me stessa mi fa star bene.
Muovo accortamente i passi e sorrido alla vita.
Ogni tanto mi lancio senza paracadute stando ben attenta a trovare il più alto dei ponti delle vicinanze.
E mi congratulo con me stessa, mi complimento e mi stringo le mani per la mia bravura.
Come fossi la miracolata di Lourdes, bevo la mia acqua con immensa fiducia.
Mi sveglio al mattino col sorriso stampato in faccia.
E assaporo la sensazione impagabile, di aver perso soltanto le ovvie spazzature.
Qualche rifiuto molesto, qualche puzzolentissimo avanzo, qualche inutile facezia.
Scavando tra i rifiuti, qualche volta, trovo pezzi di te.
Ma sono inutili brandelli che nessun collante può ancora rappezzare.
Li osservo col distacco del chirurgo che apre la pancia di un altro.
E come direbbe lui a un’appendice recisa
Io ripeto a me stessa
“Non ti appartiene più”
Finiti
Finiti i giorni
in cui il foglio bianco
era la carta assorbente
delle sbavature del pensiero.
Finiti i giorni
in cui le parole a grappoli
scendevano fluidamente
sulle pagine bianche
illustrando emozioni e sentimenti.
Forse finiti i giorni
delle condivisioni di fotografie
di stati d'animo.
Chiusa a riccio, tra le mie braccia,
oggi, mi scopro avara.
Di pensieri, parole ed opere.
Avara, come non lo sono mai stata.
Avara e gelosa di me stessa
e di quel cactus pungente
che mi porto nell'anima.
Ora mi chiedo
quando e se
quel cactus fiorirà ancora.
Anima Mascherata
Snoda piano il laccetto di raso che imprigiona le ciglia. Sbatte gli occhi e strofina le palpebre.
L’orologio batte le cinque. Scarpe alte mischiate a pantofole sul parquet lucido e impolverato a chiazze.
Vento che bussa sulle finestre come un uccello che cerca la luce.
Letto grande disfatto senza cuscini. Quadri e quadri e quadri a rappresentare la vita. Vestiti sparsi sull’unica poltrona.
“ Ancora un po’… ancora un po’ – voglio star sveglia ancora un po’”
Accende il pc e inonda la stanza di luce azzurrina.
Una doccia veloce a sciogliere di dosso il gusto e il sapore di una noia attaccaticcia come le parole bavose di un politico inconcludente.
Un cd a caso e l’aria si ammorbidisce. L’alba stenta a venire. Il sonno non si vede.
Un sorriso illumina la nebbia appesa a un chiodo dentro al cervello lucido lucido. Bagliori infiniti che non vogliono spegnersi. Neuroni in corsa sull’autostrada infinita, quella senza caselli, quella dove si paga sempre e comunque.
E poi un tutto, un tuffo nell’anima a controllare che esista, che respiri.
E come un angelo in un film di Bunuel, la statua apre le ali, si allarga, si scuote. Le giunture si spiegano, scricchiolano piccoli tendini e le vene si tirano.
L’anima respira, libera e forte. Si affaccia alla finestra e aspira la brina della notte mentre i capelli incollati al viso cantano “Sei libera… sei libera… ancora una volta”.
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