
Stamane è morta una mia amica.
Sulla cartella clinica c'è scritta la parola CANCRO, ma la parola giusta sarebbe stata suicidio.
Incredibile la forza che possiede la nostra mente.
Incredibile la violenza che sappiamo scatenare contro noi stesse, quando per un motivo o un altro, decidiamo di farci fuori.
Era una piccola donna... uno scriciolo di donna, con mani bellissime e pelle trasparente. Grandi occhi nocciola e buon senso pratico.
Era una donna tranquilla che viveva la vita che le avevano disegnato addosso. Casa, lavoro, marito e figli. Accettando di far la fotocopia della madre senza mai trasgredire di un bel nulla. Sono sicura che neppure una volta ha calpestato i fiori fuori dall'aiuola. Son certa che mai ha pensato di rubare un solo battito di ciglia alla sentinella ragione.
E quando il mondo le è crollato addosso, quando ha visto suo marito con un'altra, quando ha sentito che il cuore le si spaccava in cento pezzi, non ha parlato, non ha emesso un fiato. E con le spalle basse, giorno dopo giorno ha inghiottito la sorte puttana che non l'aveva premiata.
Ha accettato ingoiando bolo e sangue e zitta zitta ha iniziato a coltivare la sua malattia, come l'unico fiore che poteva produrre.
Ha legato il marito alla sua attenzione con una macabra danza di morte.
E alla fine, puntuale e desiderata la morte è giunta. Stamattina.

domani.. domani...
La mia regola?
Fai domani quel che puoi fare oggi...
Prendere tempo, tempo a secchi
per gettarselo addosso
e berne a gola piena..
Tempo per nulla..
In assoluto il più produttivo
che io conosca..
per espandere la mente.....

e così... ora lei è qui...
con gli occhi gonfi, la pelle stanca e i capelli in disordine...
lei è qui a dirmi
che non se la sente più di andare avanti, che tutto è finito, morto, sepolto e putrefatto e che da questo evento non riesce a far crescere nulla, che sia anche una sola, insignificante, minima, traccia di erbaccia. Ecco, lei è qui con la sua sterilità, con le sue mani vuote e gli occhi persi nel nulla della mancanza e dell'assenza.
Io la guardo e cerco le tracce dei fallimenti. Tutte quelle piccole X tatuate sulla pelle, dove poggiavano le giarrettiere.
Lei è qui e solo il silenzio dei piccoli gesti riempie la stanza di musiche strane, di profumi d'ambra e di volteggi di capelli.
Io la guardo e mi chiedo se e come potrò capovolgere la situazione.
Come trovare la strada che ci porti a riaprire le finestre.
Correndo, coi capelli al vento giunge un'idea che smuove l'aria putrida.
"Chiudi gli occhi" le dico." immagina" - "pensa al momento più bello che hai vissuto, richiamalo alla mente con tutte le tue forze"-
"Riprendi le sensazioni che son state e ripetile nella pelle, come un'onda all'infinito, come un crescere di tempesta e maremoto"- "Riprendi il contatto con quella gioia - Con la tua naturale gioia di quel momento.- Rivivi la sensazione e l'amozione.
Seduta sul divano con gli occhi in alto rivolti verso sinistra -Intensamente- Risenti..... resuscita..."-
Il colorito fantasma scompare piano piano, lasciando spazio al respiro profondo e alle nuvole interne che trovano nuovi assestamenti. Configurazioni mentali creano altri paesaggi che non hanno il gusto di devastazione e lutto. L'aria si agita, un refolo di vento passa dalla finestra e sfiora in fondo fino al cuore.
"Ferma il momento. Rimani Immobile, fotografa questo attimo."
"Sai - tu, non hai perso nulla. Hai vinto Tutto. Tu hai avuto la forza di vivere, di essere te stessa, di metterti in gioco, con tutto quel che possedevi, anche l'unica briciola di pelle che ti rimaneva attaccata alle ossa. Hai roteato il tuo cuore e lo hai fatto ballare, sei stata determinata e decisa, forte e incosciente. Hai dato tutto e preso tutto quel che potevi" - "Fotografa questo"-
"Non il vuoto dell'assenza, non la morte del cuore - Visualizza la tua vittoria su te stessa, il tuo pazzo coraggio, traccia ancora una volta la strada che hai osato fare"
"Ecco - stai ferma lì -"
Hai camminato per tanto tempo nel prato delle rimembranze, mangiando te stessa dall'interno fino a divenire una briciola di pane per i topi - Hai corso pensando che nel lutto fosse stato sepolto anche il tuo corpo - hai avvolto nel mantello informe la tua femminilità e la tua dolcezza e hai arrochito la tua voce nei pianti notturni.
"Ora non hai più bisogno di questo".
No, Ora NO.
Ora risorgi dal vestito nero e indossa l'abito della gioia vittoriosa. Perchè tu hai vinto e poco importa se la tua vittoria è ferma in quel momento focalizzato nel soffito, poco importa....
Prendi coscienza che Tu, soltanto TU
sarai capace di rifarlo ancora... e ancora...e ancora
perchè non lo temi e lo sai fare. Tu sai amare, non scordarlo mai.

Nessuno riesce
Nessuno riesce
a strapparti dal cuore
questa brutta
gramigna del ricordo
tu scivoli,
scivoli nella palude.
Ma, Giorgio,
una così grande passione
non sarebbe mai nata
se non ci fossero stati
esseri malvagi e cattivi.
Qualcuno di loro,
con un'assurda lambretta,
ci ha attraversato la strada
travolgendo per sempre
le nostre due anime
che salivano la collina
per guardarsi in viso
o per non ritrovarsi mai più.
Il tuo amore mi ha lasciata povera,
ma non volevo nient'altro.
Sono difficili da comunicare
quelle libere vocazioni:
tanto che se ne dica
io e te siamo stati
due monaci malandrini
nel salace convento della scrittura.
Alda Merini (Fiore di poesia)
Silenzio parla Dachau

quando tu entri tu ti meravigli del fatto che possa esserci
stata una situazione di questo tipo.
quando tu entri tu ti meravigli
che questo posto bianco e verde sia pieno di tanto stupore e di tanto silenzio
tu ti meravigli
del fatto che in questo posto siano avvenute delle cose così terribili, così tremende che ancora oggi si oscura l'anima solo pensarle
quando tu sei qua ti meravigli che l'uomo sia capace di fare questo e ti chiedi in quale meccanismo mentale quell'uomo, in quel momento ha potuto operare e come altri uomini in altre situazioni operino nello stesso modo
tu ti meravigli
e guardi, guardi il ferro arroventato, storto, battuto, nero, scurito della scultura posta all'ingresso
e la guardi e pensi ma questo pezzo di ferro è grande come un uomo è un uomo,è un osso di uomo,
ma un osso di uomo senza anima senza sentimenti senza pace..... e così rimane.
Tu prendi contatto con quella parte di te che non ha voluto vedere, che non ha voluto sentire né sapere.
E solo questo silenzio, questo silenzio cupo .. ancora una volta ti riporta a galla e ti rimette in gioco. Come una palla. Quella palla, seme di proiettile, che un giorno ha saputo uccidere un altro.... che sembrava un altro...
ma forse non eri che tu.
Un nuovo Viaggio

Preparare ancora un viaggio, permettermi di ANDARE ancora..
immaginare di divorare chilometri come fossero interminabili spaghetti..
e scarpe, scarpe comode da indossare ancora.
Cappelli, ombrelli e shede telefoniche, guanti
guide planet accartocciate e lise su cartine stradali supetracciate.
E dentro... dentro.. conservare sempre
quella piccolissima curiosità
che mi macina e non si stanca mai...
e un pizzico, ma solo un pizzico
di voglia di tornare..
si, tornare....
MA DOVE ?
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Un' OPERAZIONE DELL'ANIMA
quando è intensa
ne impedisce
un'altra.
(S. Tommaso)

HO VINTO LE ELEZIONI
Quando abitavo a Roma, in un piccolo piedaterre nelle adiacenze di Piazza Farnese, il mio nobiliare palazzo, all'interno del quale ero incastonata come un guscio di noce vuoto in un piatto d'oro zecchino, era sorvegliato da un portiere muto e nano.
Per entrare nel mio appartamento, credo che in precedenza, nel 700 intendo, fosse la stalla del palazzo o tutt' al più la stanza del custode, dovevo attraversare un ampio androne e salire due scalini. Il resto delle scale, di cui non ho mai conosciuto l'andamento, era precluso da un'inferriata stile liberty, oltre la quale si apriva immediatamente una curva che non consentiva al mio sguardo curioso neppure di lanciare un occhio verso l'alto.
Dei miei vicini di casa non ho mai neppure visto l'ombra. Apparivano semplicemente con due altisonanti cognomi sulle targhette del portrone... un Altissimo e un De Michelis accanto ai quali, il mio nome sul cerotto della Dymo non reggeva confronti.
I miei rapporti condominiali si fermavano, quindi, al metroedieci del portiere muto che rispondeva con un singolare muggito ai miei distaccati Buongiorno.
Le cose cambiarono quando trovai un compagno che oltre a suonare le mie corde, suonava magistralmente un meravigliosa Ibanez . Il problema era forse che Daniele, così si chiamava il mio compagno, amava suonarci di notte ben distribuendo equamente le sue attenzioni.
Fu forse a causa di questi concerti notturni che mutò il microclima del palazzo e le avvisaglie non tardarono a mostrarsi col repentino cambiamento d'atteggiamento del metro di portiere.
Iniziarono dispetti silenziosi e sotterranei, piccole facezie che rendevano complicata la vita al pianoterra del palazzo. Il taglio ripetuto dei fili di corrente, la chiusura dell'acqua dal rubinetto centrale del palazzo, pesce avariato gettato dentro casa dalle finestre, un nido di vespe introdotto in casa con le stesse modalità, macchie d'inchiostro sulle lenzuola stese fuori ad asciugare, topi morti sul tappeto mio d'ingresso ed altre delicate manifestazioni d'apprezzamento.
Anche i saluti del muto si erano modificati. Adesso quando mi incontrava non muggiva più ma abbassava gli occhi e non appena chiudevo la porta di casa, iniziava una seguenza di incomprensibili mugolii che continuavano per circa mezz'ora.
Io ero incosciente e spensierata, ma già da allora, credevo nella reincarnazione.
Così oggi, e sono passati tanti anni, ripensavo al metro di portiere e constatavo che il mio cane gli somiglia.
Si, Giki, il mio yorkchire nano e dispettoso, soffre di gelosie e crisi abbandoniche. Attende pazientemente che io esca dalla mia camera e approfittando, anche di un solo secondo, lancia spruzzetti di pipi sulle mie cose.
Oggi, nel breve frangente di una telefonata, ha segnato il mio letto, la mia borsa e la giacca lasciata addormentata sul divano.
Ecco, ho pensato ai suoi dispetti e li ho trovati noti, già visti, conosciuti. E mi son ricordata del metro di portiere con un senso di sgomento.
Ma a proposito, voi credete nella reincarnazione?