mercoledì, 25 maggio 2005

 

palommella è partita.

arrivederci a settembre...

scritto da palommellarossa | 11:46 | commenti (36) | Torna su


lunedì, 23 maggio 2005

 

Risvegli (6)

 

Il sole iniziava a nascondersi dietro le montagne. Tra poco sarebbe arrivata l’oscurità.

 

Giungeva di colpo, come lo spegnersi della luce. Improvvisa e inattesa. Bastava un poco di disattenzione e ci si ritrovava nel buio senza neppure accorgersi.

Le prime volte che aveva notato questa rapidità, era rimasta stupefatta. Ma molte erano le cose che la meravigliavano e nonostante vivesse in quella città da vent’anni, ancora non riusciva a sentirla sua e ad abituarsi.

Chi è abituato al mare, chi vive sulle rive del mare, vede il buio come mare. Così per lei quando l’oscurità scendeva era un ritorno alla terra d’origine, alla sua Sicilia così amata e detestata nello stesso tempo.

La notte poteva camminare tra le montagne e guardare l’oscurità dei boschi e delle vallate, immaginando di avere il mare disteso davanti a lei. Non sentiva il rumore, non sentiva l’odore ma  il vuoto e il buio le facevano pensare al mare.

Con gli occhi aperti, la notte, attraversando le valli infinite e gettando lo sguardo sulle piccole luci accese sulle montagne, i suoi occhi le restituivano lo stretto.

Il suo stretto profumato di sale e di alghe appiccicose, di piccole ondine di sale che tracciavano disegni antichi, primordiali sulla sua pelle.

Aspettava la notte, quella notte cupa, senza tante stelle, per riunirsi allo stretto. Per sentirsi sulla riva del Faro a Messina e guardare oltre, quell’istmo di terra azzurra, le piccole luci della Calabria… persino i fari delle macchine che incrociavano curve senza fine tra Scilla e Villa San Giovanni.

Ogni buio, ogni buio assoluto nella notte era mare. Mare lungo, quieto, abitato da pesci straordinari, vivo di profumi e ricordi. Mare.

Il mare le scorreva dentro, i pensieri erano le onde. La pervadevano ad intervalli. Alcuni l’accarezzavano dolcemente, accarezzandole l’anima. Altri la percuotevano, la mangiavano, la inghiottivano e la riportavano al fondo. Al fondo di se stessa.

Si, ma cosa c’era al fondo di se stessa? Cosa giaceva sotto l’apparente quadro di serenità che lei spesso contrabbandava come realtà?

Lo stava cercando, con lo stesso accanimento di un cercatore di pepite. Stava cercando quel fondo, quella fine ima, oltre la quale non c’era più nulla. Sapeva che solo toccandolo con tutto il suo corpo e con tutta la sua anima, avrebbe potuto cominciare a risalire. Iniziare a galleggiare ancora per incominciare a nuotare, per iniziare a muoversi. Lo sapeva che funzionava così.

Tante volte era stata sul fondo, restando immobile e accettando di essere ricoperta di sabbia, come un piccola sogliola piena di spine che le pungevano la vita. Tante volte aveva cercato di infilarsi sotto la sabbia del fondo. Facendo finta di essere morta. Aveva atteso l’onda, una piccola onda che partisse da giù, che la scuotesse completamente e le desse la spinta per risalire. Paziente e silenziosa era rimasta ferma con grande movimento di pensieri. –“non farò nulla”- diceva, “non farò nulla.”- Starò immobile qui sotto ad attendere un’onda che mi porti su o ancora più giù.

 Ma ora, l’incontro con Antonio, le imponeva di cambiare posizione. Non che avesse messo un timone o che diligentemente avesse cominciato a muovere le pinne, ma un piccolo prurito sulle lische, un piccolo fastidio alla troppa sabbia, le imponeva di muoversi ancora, o quanto meno di cercare di farlo.

Per la prima volta da troppi anni, sentiva il bisogno di mutare posizione. E per una sogliola, già riuscire a galleggiare, sarebbe stato un sovvertimento immensamente importante.

Si, ma come?

Come un muto può reimparare a parlare, come un morto ricominciare a vivere? E dove avrebbe messo tutte quelle spine a cui si era così faticosamente abituata?

A pensarci bene era ancora affezionata alle sue spine. Era abituata ad averle. Facevano male, è vero, la lasciavano sanguinare dentro, è vero, ma erano la sola attività che si concedeva.

E adesso? Adesso, avrebbe dovuto lasciarle per sempre. Modificare la sua configurazione mentale ed inventarsi un altro panorama. Non era facile.

..... forse continua

scritto da palommellarossa | 08:56 | commenti (14) | Torna su


venerdì, 20 maggio 2005

 

Risvegli (5)

 

 

Assorta com’era nelle differenza tra voglie e desideri si era via via incamminata lungo il Talvera.

Un fiume minore che attraversava la città formando piccole cascatelle o salti e rinfrescando l’aria tutto intorno.

Sul marciapiede delle panchine in legno marrone contrastavano con la mentalità trentina dell’alacre lavoro. Invitavano al relax e al fancazzismo. Le chiome degli alberi si chinavano a regalare ombra e pace seppure in mezzo a un moto perpetuo di macchine che in un andirivieni frenetico cercavano di dipanare nodi di traffico guidati ad arte da vigili direttori d’orchestra.

Si era seduta sperando di rimettere a posto quelle idee che zampettavano adesso nel suo cervello.

Avesse potuto raffigurarle…

Alcune come uccelli neri e grandi, con ali enormi e scure avevano la forza di ricoprire il sole e perfino le nubi. Le guardava con occhi spalancati planare dentro il suo corpo come enormi aerei sul terreno. Si lasciava avvolgere dalla loro ombra e solo quando iniziava a sentire il freddo dentro le ossa provava a resistere e infine a spostarsi.

Altre erano piccole e leggiadre… giungevano all’improvviso come piccoli passeri saltellanti, non cercavano grandi quantità di cibo e non coprivano la luce.. donavano movimento, voglia di agire.

Ma erano passaggi fugaci che non modificavano il clima o la temperatura.

Le mancavano i gabbiani.

Attendeva da tempo che, come accadeva in altre città, i gabbiani divenissero cittadini e iniziassero a frequentare non solo le spiagge ma anche i centri urbani. Gabbiani sui cassonetti della spazzatura in cerca di cibo, gabbiani curiosi in centro città a perlustrare con le loro ali grandi e i voli raso terra il marmo posto sui selciati.

Da quanto tempo non ascoltava la voce dei gabbiani. Quegli urli acuti, quei battibecchi frenetici.

Tornava in quelle due stanze di Trieste, dove all’alba i gabbiani venivano a frotte avanzando fino alle colline sotto il Carso, per risvegliarla.

Erano risvegli precoci, ma bastava allungare una mano nel letto, accarezzare dolcemente la schiena di Fabio, cercare la sua bocca, il suo calore, per rendere felice quel momento. Svegliarsi insieme.

Era ancora più bello che andare a dormire insieme. Svegliarsi insieme. Svegliarsi con la passione ancora intatta, mai doma, mai sopita. Svegliarsi per fare l’amore e per riaddormentarsi abbracciati. Insieme.

Di tutto quel periodo triestino la cosa che più le mancava era quel risveglio e il suo piacersi.

Lei si piaceva in quella situazione. Si piaceva enormemente. Le piaceva il suo corpo, le piacevano i suoi pensieri, le piaceva il suo amore. Quel sentimento forte e caparbio che non l’avrebbe abbandonata più.

Lei non sapeva adesso se Fabio esistesse ancora o cosa avesse fatto della sua vita. Ma sapeva che dentro di se quel sapore d’amore, restava intatto nel tempo.

Era orgogliosa di questo suo amore. Orgogliosa di non aver permesso né alla cattiveria di Fabio, né alla ruggine del tempo di corroderlo. Era orgogliosa che avesse resistito a tutte le intemperie.

Questo amore, morto e perso nella realtà, era vivo e gioioso dentro di lei. Era il suo Ballo di San Vito, era il campanellino nel suo cuore. Era la luce.

Ecco, bastava guardarlo così. Con questi occhi, per poter vivere ancora.

Questo amore, in quel momento, in quell’attimo era vivo. Non era contaminato da nulla. Nessun se e nessun però, quell’amore permaneva, restava, resisteva, caparbio. Attaccato alla sua anima come una pianta carnivora, divorante. Era un amore costante, forte, rivolto a quell’animo che aveva trovato così per caso. Quell’animo che per una sola estate era stato aperto e disponibile a farsi conoscere e penetrare.

A volte pensava che Fabio avesse finto qualcosa, no, non con lei, ma con se stesso.

Pensava che avesse “Voluto amarla”, senza amarla poi realmente.

Come si sarebbe spiegato altrimenti, quel filo amaro e aspro che non riusciva a camminare ancora?

Come si sarebbe spiegata, altrimenti, quella retta spezzata improvvisamente?

Quell’abbandono rapido e irrimediabile. Quella porta chiusa ermeticamente dietro la quale era rimasta appesa continuando a fissarla fino adesso?

Da quel periodo in poi. Era stata seduta nella sala d’attesa.

Aspettando che quella porta si riaprisse. Ma il tempo bastardo era passato e la porta era rimasta sempre chiusa.

Per molto tempo aveva cercato le ragioni.

Aveva fornito splendidi alibi e motivazioni. Chilometri di alibi e migliaia di rotaie di motivazioni.

Ma quando erano finiti i binari e persino la stazione era completamente demolita. L’unico treno sul quale era riuscita a salire, era il Suo treno.

Non potendo salvaguardare la figura dell’altro, così inumano, così crudele e determinato nello sbatterla fuori dalla porta della sua vita, aveva iniziato a salvaguardare il suo amore verso di lui e a tenerlo custodito dentro di se come in una scrigno di velluto rosso.

Nelle giornate di abulia totale, spesso aveva aperto quello scrigno e si era accovacciata nelle braccia di Fabio. Senza osservare, senza constatare, senza domandare. Si era poggiata lì, stavolta senza passione, cercando di leccarsi le ferite e di colmare quel colore d’anima che le era appartenuto così prepotentemente.

Era lì che voleva stare. Lì che voleva rimanere. In quella scatola rossa. In quella posizione, accovacciata dentro la sua mano. La sola cosa che poteva darle calore e colore.

scritto da palommellarossa | 08:50 | commenti (11) | Torna su


lunedì, 16 maggio 2005

Risvegli

Risvegli (4)

 



- “Mi sto dicendo che voglio morire “-

aveva detto quel giorno ad Antonio

-“continuo a dirmi che voglio morire”.

-“ciò che non trovo più dentro di me è la motivazione. Adesso non so perché voglio morire. – questo è nuovo. Sono spariti, scomparsi i motivi. Un mese fa le avrei detto che volevo andarmene per questo, quello e quell’altro…. Adesso questi motivi non ci sono più. Non li trovo. – Mi è venuto da dire che vorrei morire perché mi annoio, ma non mi sembrava una motivazione molto seria per un gesto così eclatante. “-

“Così ho cambiato il mio pensiero ed ho iniziato a dirmi che vorrei delle cose dalla mia vita”.

“Non mi chiedere cosa vorrei adesso, ho solo preso contatto che mi manca tutto. Sono stata così presa in tutti questi anni a considerare il dolore dell’assenza che non mi ero resa conto che ero io che mancavo a me stessa. Ero io.”

“Non sono ancora riuscita a costruire quella scala di necessità ed emergenze”-

“Mi sento come un serbatoio vuoto che ha bisogno di talmente tanta benzina che non riesce a comprendere se gliene manca una goccia o un gallone.”-

Antonio aveva sorriso, mentre con la siringa in mano cercava di beccare una vena che non voleva saperne di venir fuori.

La strada l’aveva di nuovo accolta coi suoi rumori, mentre con gli occhi bassi cercava di rendersi invisibile a beneficio di un venditore ambulante insistente e supplichevole.

Detestava questa insistenza, questo tentativo di impietosire, questo voler far pena.

Detestava.

Non sarebbe mai stata capace di fare altrettanto. Non ne era capace, neppure di questo, era capace.

Era tutta una vita che contava esclusivamente su se stessa. Gli altri erano sempre stati solo il contorno. Per quanto avesse un forte bisogno degli altri, non avrebbe mai fatto il primo passo, non si sarebbe mai lanciata o avvicinata. Forse avrebbe potuto accettare o rispondere, ma non sapeva chiedere.

Non c’erano motivi particolari. Ma era convinta che “chiedere” fosse mettere l’altro nella condizione di decidere o di scegliere su di lei.

Un atteggiamento quasi ricattatorio nel mettere alla prova l’amicizia o l’affetto o l’amore.

No, lei non sapeva chiedere.

Anche richiusa in un box di vetro non avrebbe chiesto. Piuttosto avrebbe guardato l’esterno studiando le reazioni. Avrebbe cercato di comprendere, di lanciare messaggi, ma non avrebbe chiesto.

Spesso le avevano fatto notare che quando acquistava qualcosa o ordinava un piatto al ristorante, usava un tono secco e perentorio, quasi arrogante. Ma che ne sapevano loro?

Anche una cosa apparentemente semplice come ordinare qualcosa in un bar la poneva in difficoltà. Bisognava chiedere e lo sforzo le induriva i muscoli del viso e le stringeva la voce, la rendeva perentoria e fredda.

Le piaceva andare all’estero, in Inghilterra, ad esempio.. perché la formula che utilizzava era diversa..- i like- mi piacerebbe.

Esprimeva un piacere e non un bisogno.

Mi piacerebbe un caffè, mi piacerebbe un libro…. Mi piacerebbe.

Ecco, si vergognava di avere dei bisogni, ma accettava serenamente di avere dei piccoli desideri di piacere.

Eppure detestava i condizionali, detestava quelle cose a metà che avevano un senso di fatti che potevano o meno accadere. Cosa significava poi, “mi piacerebbe?” – non aveva un gran senso.

Nella vita reale le cose piacciono o non piacciono. Si vogliono o non si vogliono.

E tutto ciò che implica l’impegno della volontà dovrebbe essere deciso e determinato.

Quindi i condizionali le facevano pensare di dubitare persino di se stessa e della propria determinazione.

La forza di “mi piacerebbe” era ben diversa dalla forza di un “voglio”.

Ma “mi piacerebbe” tiene più in considerazione il desiderio di un altro o della sorte di concedere o meno, mentre un “Voglio” si erge assoluto sopra a tutto e tutti.

“Mi piacerebbe” entra in contatto con il mondo degli altri o con il mondo degli eventi.

Il “voglio” è solitario e a senso unico, non ammette mediazioni.

.....forse continua....


 

 

scritto da palommellarossa | 18:37 | commenti (18) | Torna su


venerdì, 13 maggio 2005

 

 

Risvegli

 

Risvegli (3)

Fosse stata nella sala dei bottoni avrebbe potuto disattivare gli effetti e ancor di più avrebbe potuto osare di manomettere le memorie e di cancellare i file. Tagliare i legami ricreando un ordito più armonico e soddisfacente e soprattutto meno, molto meno, sofferto e doloroso.

Lo studio di Antonio era nei pressi dell'Ospedale. Una grande rotonda attorno alla quale gli autobus sembravano curvarsi, sommergendo le piccole macchine e inghiottendo a vista i passanti frettolosi fuori dalle strisce zebrate.

Sarebbe stato un brutto appartamento, lo studio di Antonio. Piccolo e buio, ma come studio medico aveva le sue qualità. Un corridoio lungo il quale si aprivano piccole porte bianco grigio. Poca luce e una sala d'attesa con poche sedie, in quella che avrebbe dovuto essere, nel disegno originale della casa, una cucina.

In fondo al corridoio, l'ultima porta, quella sempre aperta, lasciava uscire una luce chiara e voci leggere di un parlottio sommesso e fitto.

Era forse la terza volta che entrava in quello studio e lentamente la cosa aveva iniziato a piacerle. Aveva accantonato l'abituale diffidenza che provava per i medici e per la medicina quando le erano piaciute le parole di Antonio.

Parole per nulla consolatorie, per nulla accattivanti e per nulla comprensive.

Parole dure come un'accetta sul legno, forse, ma parole che aveva riconosciuto come sue.

Quel modo di pensare e di agire di Antonio, era il suo modo di pensare e di agire. La filosofia che sosteneva la medicina di Antonio, era la sua filosofia. Aveva messo un attimo a capirlo.

Forse per questo le medicine di Antonio sembravano funzionare li dove milioni di altre gocce erano andate disperse come acqua in un mare.

."Come procede il tuo tentativo di farti venire un cancro?"-

Disse Antonio, senza staccare gli occhi dalle sue carte.-

"Come procedi? Che messaggi ti stai dando? Cosa ordini al tuo cervello in questo momento?"-

Parole chiare, dure come rocce - ma avevano fatto breccia per adesso, lasciando aprire un foro nella sua onnipotenza.

Si, l'onnipotenza. La capacità che ha la mente, con i suoi comandi e con le sue strade tortuose di creare o cancellare sensi di realtà.

Le era piaciuto sentirsi onnipotente. Anche se solo ed esclusivamente su se stessa e, ancor di più, contro se stessa.

Aveva pensato per molti anni di non poter far nulla, di non poter modificare niente e, invece, finalmente qualcuno le aveva rivelato che quel nulla aveva una micidiale valenza.

Non avrebbe dovuto sforzarsi di sembrare, di cambiare, di modificare. Non avrebbe dovuto contrabbandare aree di serenità apparente, niente sorrisi contro voglia.

Il suo lavoro sarebbe semplicemente stato quello di decidere - di stabilire - se continuare a vivere per morire o di continuare a vivere uccidendo il suo male.

Antonio l'aveva posta al centro della sua cura. Era lei medico, paziente e medicina, era lei divina provvidenza, vita e morte.

L'aveva responsabilizzata della propria malattia e della propria cura donandole tutte le ipotizzabili risorse.

Antonio non aveva mai nominato la parola guarigione. Non sarebbe mai esistita alcuna guarigione fino a quando quella parola non fosse impressa chiaramente nella testa del paziente.

In realtà lei sapeva di coltivare la sua malattia con molta attenzione.

Sapeva di proteggere e difendere la sua malattia. Sapeva come coccolarla, nasconderla, accenderla e spegnerla. Sapeva come gestirla ed esaltarla. La sua malattia era nel contempo ciò che la rendeva libera e ciò che la rendeva schiava.

Libera delle proprie manie, delle sue idee, libera di coltivare gli errori e le abitudini distruttive, libera di abusare di se stessa, perchè malata.

Schiava delle lunghe strisce d'angoscia, delle notti interminabili, dell'incapacità di determinare un fatto o un evento. Schiava della propria abulia.

... forse continua

scritto da palommellarossa | 12:05 | commenti (20) | Torna su


giovedì, 12 maggio 2005

Risvegli

Risvegli (2)

Scese piano dal letto e inseguì la sua immagine attraverso i tre specchi.

Il primo, posto sulla parete del comò bianco le rispose un'immagine scattante ed abbronzata.

Il secondo, sulla scarpiera bianca del corridoio, riuscì solo per un attimo a catturare la coda dei capelli lunghi e scarmigliati.

Il terzo specchio, ancora dormiente sul lavabo in bagno restituì due occhi spiritati e chiari, chiarissimi.

Si avvicinò inarcandosi tutta verso la superficie liscia.

Piccole gocce secche di acqua e sapone, bianchi depositi di dentifricio e striscie di rimmel blu si sovrapponevano alla pelle del viso.

Negli angoli del bagno ispezionati da uno sguardo traverso, come collapesce rappresa, piccole righe nere e attaccaticce di un mix di unto e sporcizia urlarono un attimo di attenzione.

Per un solo secondo le vidè e alzò le spalle, scandendo allo specchio- "Me ne fotto" seguito da "Non sono al mondo per questo".

Tornò allo specchio e riprese a ispezionare i suoi occhi. Si erano sbiaditi e schiariti.

Non avevano più quelle pagliuzze d'oro che filtravano dai piccoli tagli sull'iride scura.

Il tempo, forse, aveva sovvertito gli equilibri.

Adesso erano d'oro i suoi occhi, con qualche venatura di scuro.

La pelle trasparente metteva in mostra le piccole couperose sulle guance.

Avrebbe voluto entrare in quella rete fitta e articolata di capillari. Entrare in quelle periferiche rosse che apparivano vive e pulsanti.

Trovare piccoli tracciati minuscoli e fitti da percorrere per giungere a qualche piccola venuzza e ancora avanti fino a un'arteria, sperando di giungere al traguardo cervello, nella sala dei bottoni. Il Grande ufficio del dirigente. L'unico posto dove era possibile modificare qualcosa.

Ecco, si, nella grande sala dei bottoni, avrebbe potuto chiudere per sempre quella porta.

Quella porta rossa che sbatteva runorosamente da tre anni.

In tutto questo lasso di tempo, la sola cosa che era cambiata era soltanto l'intervallo di tempo tra uno sbattimento e un altro.

Se all'inizio la porta sbatteva ogni minuto, adesso sbatteva forse una o due volte al giorno.

Quel che non si era modificato era il dolore sordo che provava ancora.

Era un dolore strano che al rumore della porta creava onde d'urto generalizzate e irradianti in molte parti del corpo.

pensò ai piccoli cani di Pavlov, alle secrezioni psichiche. Agli esperimenti con campanellina e cibo. All'apparire del suono che segnava l'arrivo del cibo.

Ecco... lei invece allo sbattere della porta, di cui attendeva con paura l'onda d'urto, avrebbe sentito quel senso di vuoto allo stomaco alto e via via avrebbe seguito quel tanfo di assenza e di morte alla gola e poi giù giù fino al sesso e in fondo all'ultimo brivido su ginocchia e piedi.

 

forse continua.....

scritto da palommellarossa | 11:09 | commenti (12) | Torna su


martedì, 10 maggio 2005

 

Risvegli

 RISVEGLI

Sul comodino delle mille boccette la piccola alogena illuminava un angolo di libro.

La carta consumata e sdrucita aveva preso il colore grigiognolo

in compenso il nero inchiostro era sbiadito in un grigio blu con piccole venature di rosso.

Lei aprì gli occhi e a tentoni cercò la sveglia sul comodino

riuscendo a gettare per terra soltanto tre flaconi di prozac.

Una bottiglia di plastica richiese un completo allungamento del braccio

col relativo stiramento di un nervo.

Acqua tiepida, ferma da millenni, le percorse il palato alla ricerca degli organi interni.

La sveglia aprì sull'occhio la consapevolezza di un cinque.

"Cazzo, un'altra giornata iniziata troppo presto".

Chiuse gli occhi e fece finta di credere che fosse solo un sogno.

Se avesse fumato una sigaretta, avrebbe forse potuto credere che fosse l'ultima della notte.

Così fece, senza molti risultati.

Il pensiero prese a correre... prima in avanti a fatti ed eventi segnati sull'agenda..

poi, come temeva da sempre, verso dietro... e indietro... e indietro... fino a quel giorno

in cui con un semplice salto

era uscita dal suo letto per entrare in un altro.

(forse segue)

scritto da palommellarossa | 12:42 | commenti (15) | Torna su


sabato, 07 maggio 2005

 

 

Fango per l'anima

Lentamente, con molta calma, con gesti pazienti ed aggraziati, levava gli indumenti ad uno ad uno..

procrastinando il piacere di staccarli dalla pelle. Si accarezzava con le cose lasciandole scivolare sulla superfice levigata ed abbronzata. Cadeva la maglietta, cadevano gli slip... senza alcuna mano che corresse a riprenderli. Gesti lenti di un rito d'amore pomeridiano, gesti lenti di un rito offerto solo a se stessa, come poggiasse fiori di loto o latte di capra in India su una deità Indù.

Poi la mano apriva la boccia bianca e verde e un profumo di mare antico si scioglieva nell'aria del pomeriggio, sostenuto da un raggio di sole che scaldava la temperatura.

Con gli occhi assenti le dita si muovevano nella densità melmosa dei fanghi e il palmo si rendeva coppa per contenerli.

Come nutella morbida e profumata, cominciando dal ventre e via via spostandosi prima sui fianchi pieni fino ad arrivare al linguine scuro, la mano portava ovunque quella mosa profumata e ne ricopriva ogni lembo..

Strati precisi fatti di carezze materne, ricoprivano di nero lucido la pelle come una notte vellutata e senza stelle.

Si sdariava sul letto, morbida e sinuosa. Si copriva con una vecchia coperta di lana e chiudeva gli occhi, sognando di essere immersa nell'Egeo e di odorarne i profumi di vento e di marea.

Ecco ora era fusa con il fango. Avrebbe potuto essere una pietra addormentata sul fondo del mare, lì dove le maree non potevano nulla agli ignari pesci che si nascondevano dietro le mille madrepore rosse.

Il sole entrava di sbiego dalla finestra foderata di tende verdi e la ragione dormiva beata cullata dalla consapevolezza d'amore. Si, lei si amava, in quel momento era nell'utero morbido della madre, nella cova calda degli amanti, nella sauna finlandese della sua anima. La musica taceva. Non ce n'era bisogno. Il canto degli uccelli fuori era continuo e ritmato. Il respiro diveniva lento e l'anima sciacquava le ferite per porre nuovi cerotti sui sensi di colpa.

Un'ora di ritorno nell'alcova primordiale, nel luogo dal quale tutti coloro che son venuti al mondo, sono e saranno partiti.

 

 

scritto da palommellarossa | 09:34 | commenti (19) | Torna su


giovedì, 05 maggio 2005

 

 

Quella luce…

La conosceva bene. Era la luce bianca del mattino, era la luce piena della spiaggia, la luce pulita del sole riflesso su una parete bianca.

Quella luce… l’aveva vista da quando era nata. Nei suoi ricordi, di infante,  già nella culla, aveva la coscienza di quella luce.

Nelle notti buie… quelle nero velluto, ovattate e profonde, silenziose e fredde, lei chiudeva gli occhi e cercava dentro di se, quella luce… la sua luce.

E aveva camminato per tanto tempo e attraversato tante storie e pianto tanti errori. Forse un’altra sarebbe morta… ma lei, aveva sempre confidato nella sua luce che alla fine, infatti, era sempre tornata.

Solo una volta, quando con un ago infilato nelle braccia, circondata dai gatti e bacherozzi, aveva visto sparire quella luce. L’aveva osservata lentamente mentre si affievoliva dentro agli occhi, e si scioglieva nel cervello, l’aveva vista andare via accompagnando ogni millesimo di secondo e sperando, forse sperando di perderla per sempre. Ma era stata ritrovata in un angolo di strada e

Quella luce, si era fusa con il lampeggiante dell’ambulanza, si era fatta azzurro blu e poi bianca fosforescente, forte e violenta. Prepotente e invadente.

Quella luce aveva ripreso a ridimensionarsi, aveva ripreso a inondarla in modo sereno e pacato, ed erano passati tre anni. Tre anni per cancellare i calli sulle vene, tre anni a riprendere un barlume di memoria, tre anni  a poter guardare lo specchio senza cadere nei suoi occhi a forma di pozzo.

Quella luce….

L’aveva sostenuta ad aiutare altre luci a spegnersi serenamente, l’aveva nutrita nel dare al mondo un figlio, le aveva insegnato a fidarsi e ad essere amata.

Quella luce…

in questi giorni è tornata bianca e gioiosa ad essere danza e vita ed estate e caldo e pelle e sudore e lavoro.. quella luce,

solo quella

la sua luce.

scritto da palommellarossa | 12:18 | commenti (15) | Torna su


domenica, 01 maggio 2005

 

 

EMPATIE

 

Sono a dieta perenne. Attenta al milligrammo.

Non voglio prendere neppure un etto, terrorizzata come sono da quelle masse di ciccia che come succose ciambelle di adagiano sui fianchi formando rotoli e rotolini di carne strabordante.

Acqua, insalatine e qualche petto di pollo. Pranzi tristi, invero... ma lasciano la coscienza in ordine e la taglia identica, due cose che trovo assolutamente impagabili.

Lui, mi telefona... è parecchio che ci prova a portarmi fuori... prima una cena, poi un pranzo, adesso si accontenta anche di un caffè. E' intelligente, sveglio, vivace e abbastanza determinato, cose che trovo attraenti in un uomo, anche se non ne ho ancora visto la faccia. Invero ho visto qualcosa, mi ha inviato una foto, tempo fa. Una foto che aveva un che di miracoloso. Era molto giovanile per l'età che dichiarava di avere. Ho pensato, beato lui che si mantiene così bene, che è così fresco. Anche se quei grandi occhiali a goccia, Rayban, credo, fossero alquanto datati. Mah, un nostalgico, ho pensato tra me e me e me la son messa via così.

Così dopo numerose insistenze quel caffè lo abbiamo preso. L'appuntamento era alle 21, in un posto affollatissimo, luogo di appuntamenti tra giovani che partono per le discoteche del Garda. Mi sembrava abbastanza rassicurante, affollato e luminoso per una prima conoscenza.

Così indosso i miei jeans e la maglietta blu, le scarpe basse e una giacchina buttata distrattamente sulle spalle ed esco.

Non sono emozionata, non sono tesa e non ho aspettative. Sono brava, mi ripeto, mentre corro con la macchina senza riuscire a raggiungere, neppure stavolta, la meta lontana della puntualità.

Eccomi... lo vedo arrivare preannunciato da un SMS.. comprendo che è lui da quello sguardo che cerca tra la gente. Comprendo e inizio a disilludermi. Indosso il sorriso di circostanza e mi dico "quanto ci vorrà per un caffè... che vuoi che sia?" Non riesco a guardarlo dritto in volto, quel volto che si distanzia dalla foto che mi ha mandato di almeno trent'anni. Inizio a giocare con le geometrie. Ecco lo zigomo è cascato... venti chili in più hanno reso allo sguardo vivace un blando sapore di patata... e gli occhi... ma quelli non si vedevano neppure nella foto e non è che avessimo perso qualcosa di particolare.

Morale della favola. Ci sediamo al tavolo e immediatamente, dico Immediatamente iniziamo a litigare... ed anche di brutto. Lui esordisce dicendo che sono stupida e abbastanza banale. Io cerco di non replicare rispondendo che ognuno ha le sue personali qualità e così via di continuo. Prendiamo il caffè dalle mani impazienti di un cameriere che ha fretta di mollare il nostro tavolo... e lui... proprio in quell'istante chiede se può mangiare qualcosa.

Così, davanti ai miei occhi trasecolati, si fa portare un enorme piatto di spaghetti con le acciughe e mezzo litro di vino. Inizia a divorare il tutto senza effettuare pause tra il bere e mangiare e cercando di mantenere tra una masticata e un'altra persino la conversazione.

Ha le labbra unte di olio d'acciuga, e il suo bicchiere è unto di conseguenza. Riesco a scorgere persino gocce di unto in piccole chiazze che si allargano nel vino, formando piccole bolle lucide su uno sfondo rosso opaco.

Credo che la cosa sia durata più o meno tre minuti.

Il piatto ora è di nuovo tra le mani del cameriere, soddisfatto di una spazzolata così veloce, si frega le mani pensando che libereremo il tavolo e che mai mancia è stata guadagnata così velocemente.

Camminiamo per un po'. Io non guardo la primavera che apre tutte le sue penne e penso alla mia macchina con nostalgia.

Non intavolo nessuna discussione, rispondo a monosillabi, non lo guardo neppure, terrorizzata come sono di trovargli ANCHE qualche lisca dei pesci incastrata tra i denti.

Lui va avanti imperterrito, senza neppure accorgersi di essere con qualcuno... e a un tratto mi dice:" Vuoi che ti faccia le coccole?"

Il troppo è troppo.. il mio stomaco già provato non resiste più. Mi accosto a un albero e vomito. Vomito la mia pappa dietetica, vomito la mela dello spuntino delle 16, vomito un litro di acqua minerale tragugiata nel pomeriggio. Lui mi guarda costernato e mi porge fazzolettini di carta. Poi vuole portarmi a casa sua. Io bofonchio che sto male e lo mollo in mezzo alla strada.

Finalmente la macchina. Finalmente la porta. Finalmente il mio letto.

Riemergo stamane da un incubo da dimenticare, assolutamente... mentre mi ripeto... mai più incontri al buio, mai più.

Accendo il cellulare e trovo il suo messaggio:

" Grazie per la splendida serata. sei bellissima, mi piacerebbe rivederti."

scritto da palommellarossa | 10:57 | commenti (33) | Torna su