
Lezione di volo numero uno.
Ovvero dedicatissimo ad un amico che VOLA ma ha paura di comprendere che
STA GIA' VOLANDO
Analisi dei prerequisiti, ovvero analizzare spassionatamente le proprie personali risorse.
Se ti accorgi di avere ali piccole e rattrappite, inizia con brevi esercizi di respirazione. Respira fino in fondo, magari contando fino a tre e cerca via via di allungare i tempi. Non superare mai il dieci.
Muovi prima un ciglio e poi un altro. Stropicciati gli occhi bene bene e quando la vista è appannata convinciti che hai 10 decimi.
Impara a bere a sorsi sempre più grandi.
Desidera di volare, sogna di volare senza pensare alle cadute che hai preso o che prenderai.
Inserisci almeno una volta al giorno il simulatore di volo e pensa di saper effettuare giuste manovre.
Non pensare al paracadute. Non controllare il paracadute. Non ossessionare il paracadute.
Ripeti nella tua mente le istruzioni per volo libero.
Spezza l'equazione volo= caduta= patatrac emotivo.
Passa almeno mezz'ora al giorno sul parapetto del tuo luogo di lavoro per prendere le distanze dall'irreale realtà dove ci siamo cacciati.
Passeggia con un piede in bilico cantando una canzoncina stupida.
Dici tutto, ma tutto davvero tutto.
Credi fermamente di essere la persona giusta al posto giusto.
Credi che il mondo ti debba qualcosa.
Ripeti a te stesso "Ce la posso fare... ce la posso fare... ce la posso fare"
Immagina un obiettivo da formica e gratificati del suo raggiungimento.
Immagina un obiettivo da gatto e gratificati del suo raggiungimento
Immagina un obiettivo da cavallo e gratificati del suo raggiungimento.
Immagina un obiettivo da uomo e lavora per il suo raggiungimento.
Non incrociare gli obiettivi.
Hai fatto tutto? Ma davvero tutto?
Quando sei certo di aver fatto tutto
leggi la lezione numero due.
Abbi fede arriverà.

ESTRANEI
Estranei,
siamo due estranei
avvolti nelle nostre pellicce di presente
con al braccio la borsa "da fare"
ed in testa il ticchettio dell'orologio
che, guardiano del tempo,
decapita i pochi minuti del discorso.
Estranei, siamo due estranei
che non hanno bisogno d'annusarsi
che non hanno l'esigenza di toccarsi,
e non hanno il ritmo cardiaco fuori fase.
Estranei.
Potrei chiamarti Signor Tale
non cambierebbe nulla.
La parola Amore è cancellata dal testo.
Per te non posseggo più nomi.
Estranei.
Il tempo Gran Maestro Bastardo
ha lavorato bene.
Ha spento tutte le lucciole
ha fermato l'emozione alla lettera E
ha decapitato sesso e desideri
e ci ha donato il senso
della parola ESTRANEI.

Un forte odore di testosterone volava sospeso a mezz'aria.
Sapore dolce di ricotta e miele, su pentagramma di musica disponente all'ascolto,
Immagini precise in bianco e nero,
dettagli avvolgenti per tenere menti in cerca di alcova.
Un forte odore di ormoni
girava per l'aria della sera
mostrando la soddisfazione di esistere
incarnato in un maschio petto villoso.
Un forte e determinato odore di ormoni
penetrava la testa di mille occhi in attesa
trasportato da pixel incontinenti e vibranti.
Un deciso odore di ormoni
un penetrante senso di ormoni,
volava per strada contaminando l'aria umida.....
seguito da un invidiabile numero di galline
alla ricerca del chicco d'oro.

TOCCAMI L'ANIMA
Toccami,
fai qualcosa che possa farmi sentire
che esisti, che sei vivo, che respiri.
Toccami, scaldami con le tue mani grandi,
rubami gli occhi.
Dimmi qualcosa che mi faccia uscire
da questo torpore dell'inverno che avanza.
Stimola la mia mente a un gioco perverso,
eccita la mia fantasia,
risvegliami.
Divertimi con le parole,
utilizza la mia intelligenza,
NON APPIATTIRTI,
e soprattutto non pretendere
CHE LO FACCIA IO.
ho voglia di te
del tuo calore, delle tue mani, del tuo odore,
ho voglia di te dei tuoi capelli sul mio viso
del tuo corpo sul mio corpo,
della tua bocca aperta e morbida.
Ho voglia di te, delle tue gambe lunghe,
delle tue mani curiose.
Ho voglia di te della tua voce che mi accarezza,
della tua pelle che mi copre...
ho voglia di te,
tutta me stessa grida il tuo nome
tra le lenzuola asciutte e spiegazzate,
ho voglia di te
e solo di te.
Ho immaginato
che se aspettassi un figlio,
se avessi un pancione tondo tondo,
se salissi a fatica le mie scale,
se dormissi circondata dalle braccia del mio uomo,
per tutta la grossezza della mia circonferenza,
con una sua mano sull'ombellico e l'altra sul mio pube dilatato
dalla tensione della pelle,
con la sua bocca sul mio orecchio,
con le sue ciglia sulla mia guancia,
con le sue ginocchia incastrate dietro le mie,
col mio sedere appoggiato al suo sesso,
Se aspettassi un figlio,
se lo avessi dentro la mia pancia,
al calduccio rosso del mio cuore,
probabilmente andrei al cinema.
Sicuramente guarderei La Tigre e la Neve di Benigni.
Certamente lo rivedrei più volte,
probabilmente comprerei il DVD.
E se mio figlio fosse un maschio,
soprattutto un maschio,
tutte le sere guarderei 10 minuti di quel film
e appena svegli al mattino
gli leggerei una pagina dei dialoghi.
Perchè la poesia del momento
e la poesia del film
si unissero in un senso solo.
Apprendere l'amore "sentendo l'amore"
quale migliore operazione didattica
potrei immaginare?
Allora io quasi quasi.......

mi giro un film nella mia testa.
poi lo incollo qua sopra
ed hoplà
diventa realtà.
Ma io lo so che è così....
e voi?

Cosa era andato a cercare, lo sapeva.
Una notte di sesso.
Tranquilla, pacata, senza implicazioni di sorta. Avrebbe pagato qualsiasi cifra, qualsiasi cosa per essere accarezzato, abbracciato, leccato, baciato, penetrato. Una notte serena. Per schiacciare via i troppi pensieri.
Un ambiente neutrale. Senza domande. Senza sensi di colpa o troppe pretese. Lui, dopotutto pagava.
Pagava tutto. Anche quelle lunghe strisce bianche sul vetro sporco, lasciate dai colpi della lametta. Aveva un pistolino d'oro per tirare su, e non solo in senso figurato. Anzi, lui era tutto un pistolino d'oro. Si sentiva tale anche quando gli accadeva d'esser deriso per la sua evve moscia.
Ma la evve era la sola cosa che aveva di moscio. Il resto stava su a regola d'arte, magari con l'aiutino di qualche riga bianca.
Lui pagava.
Il dolore per una donnetta bionda che non c'era più, il dolore per una famiglia che non c'era più, il dolore per la difficoltà di reinventare giorno per giorno la fatica di essere un personaggio noto.
Lui pagava, in barba ai master in America, in barba ai gessati di Armani e alle fantastiche cravatte di Hermes. Lui pagava, no, niente strizzacervelli, niente lavoro interiore supplementare, lui pagava per una scopata, per una notte in compagnia, per sentirsi più o meno sporco o contaminato. A volte pensava di pagare per sentirsi più vivo. Altre si illudeva che la vita riuscisse a non guardarlo di traverso e a pretendere tutto da lui.
Certo, con quel nome che portava, le pretese gli si attaccavano addosso come mosche sul miele.
Aveva imparato a sorridere con quel suo labbro strano e il suo sorriso era in fondo un po' triste. Forse i fotografi pretendevano un sorriso, lo stesso che dispensava nelle occasioni ufficiali e importanti. Non saprei dire se il suo sorriso fosse davvero così. O se fosse uno stereotipato gesto del viso.
Certo potrei pensare che tra le braccia di Patrizia trovava qualcosa che altrove non aveva riconosciuto.
Non sicuramente nel culo della bella attricetta a cui aveva donato un anellone con tanto di brillantone, e che il giorno dopo della brutta storia, aveva immediatamente preso le distanze da lui. Certo non in seno alla pesante famiglia e sicuramente non nel sacrosanto lavoro.
Ed eccolo su tutti i giornali. Sputtanato a vita. Tra le braccia di un viados e col naso ancora imbiancato di coca.
Mi chiedo se in quel fondo di buco dov'è caduto riesca a cogliere gli echi che arrivano dalle tante zanzare che girano intorno con lo stesso balletto saltellante che fanno le mosche intorno a una cacca fumante.
Mi chiedo se sa che il suo ultimo amore ha pagato fior fior di dollaroni per mandare a cercare l'anellone col brillantone caduto per distrazione in mezzo alle montagne della Val Di Gresta, e solo dieci giorni fa. Dieci giorni fa…
ci sta dentro tutto il mondo in quei dieci giorni, tutto il suo mondo

Uno due tre
devo star calma.
Uno due tre
devo far finta di nulla.
Uno due tre
devo inghiottire e alzare la testa.
Uno due tre
devo aspettare, aspettare ed aspettare.
Uno due tre
devo mantenere la mia lucidità.
Uno due tre
devo impedire che tu possa contaminarmi ancora.
Uno due tre
Uno due tre
Uno due tre
Il mio macinacaffè gira sempre con la stessa miscela.
La miscela è diventata amara.
Il mio macinacaffè è arruginito, vecchio e vilipeso.
Il mio macinacaffè come il mio cervello
gira sempre nella stessa spirale.
Il mio macinacaffè sa che sta facendo una cazzata,
ma quel testardo del mio macinacaffè
non vuole saperne di girare in altra maniera.

E poi arrivano giorni come questo
in cui la pioggia e il freddo
ti avviluppano tutta, anche il pensiero.
E il fluido caldo dell'aria non circola
e il pensiero si blocca, si contorce, di rattrappisce
e torna indietro, indietro.
Naviga sulle ferite maledette, quelle sempre presenti all'appello,
riapre i tagli vertiginosi rossi e orlati di nero,
comunica il gelo a tutta la mia pelle
ed accende i nervi grintosi.
Una canzone nuova dei Rolling non basta,
non può bastare a colmare tutto il mio male, il dolore.
Tutto quel vuoto buio che mi hai regalato
tutta quella cattiveria gratuita che mi hai donato
e neppure le parole di Armandos
riescono a farmi credere
che quando finisce l'estate
il freddo non si senta più forte,
no, neppure le parole bastano più
a scaldarmi l'anima.
Oggi.