VECCHIA FOTO IN BIANCO E NERO

Una foto in bianco e nero, da rigirare tra le tue mani.
Una bellissima foto con nitidezze e chiaroscuri.
Occhi espressivi sottolineati da matita nera,
denti bianchissimi e uguali, piccole orecchie
a capolino tra i capelli, scarmigliati, come sempre.
Una foto in bianco e nero, i cui contorni iniziano a sbiadire,
ecco, questo sfondo, ad esempio, non lo ricordavo davvero,
e questa piccola baia, piena di barche da diporto,
- le barche della domenica - dicevamo ridendo,
e ci guardavamo a controllare che la
felicità fosse lì a portata di mano.
E questa spiaggia, anzi era terra battuta, se ricordo bene,
si era terra battuta,
sulla quale stavamo sdraiati su una coperta rossa,
e le tue mani cercavano di fermare i miei capelli
che il vento non lasciava stare, mai.
Aveva una predilezione, il vento, per la mia testa
e per i suoi pensieri che volavano sempre,
oscillando continuamente
tra la vecchia vita, quella dove non c'eri tu,
e, la nuova vita, quella dove non c'eri che tu.
Una vecchia foto, con il mio sorriso stampato sulla tua bocca,
con le mie mani sul nostro corpo...
si, il nostro...
perchè tra me e te,
non si è mai compreso dove cominciasse l'uno e finisse l'altro.
Se fumo una sigaretta

Quando fumo una sigaretta
Le mie dita toccano le labbra e si soffermano a lungo
in una carezza leggera leggera.
I polpastrelli controllano tutte le più piccole pieghe
e salgono e scendono dai contorni
gonfi della bocca.
E’ un’occasione ghiotta
per farmi una meritata carezza,
prima di lasciarmi invadere
dal fumo denso della prima boccata.
Gli occhi seguono le volute di fumo
per cercare forse presagi
quasi alla ricerca di un viatico
che tracci scelte immediate.
Gli occhi si illuminano di soddisfazione
e due piccole fossette si aprono
sulle mie guance.
Quando fumo una sigaretta
non penso a nulla
e neppure mi concentro.
Conosco il tempo
so che non durerà per molto
e per quei due tre minuti,
mi dono interamente.
Non amo il fumo convulso o nervoso.
Mi piace quel piacere lento e gustato
fino all’ultima aspirata.
Con morbide mosse la depongo nel posacenere
e con piccoli picchettii la spengo piano piano
perché non faccia fumo e non si bruci il filtro.
Le unghie bianche si imprimono nella carta
con una pressione leggera,
quasi fosse un addio,
a una persona che rispetto molto....
..........E dire che qualcuno ..............
pretenderebbe che io smettessi di fumare……

Tutto il giorno immersa in questa grigia bolla di neve cercando di far sopravvivere il mio sole dentro di me.
Far pipì in continuazione per effetto della bassa pressione.
Un merlo nero va e viene dal suo nido, nell’albero sempre verde di fronte alla mia aula.
Arrivano i rumori delle classi che, stranamente sottovoce preparano gli zaini pesanti.
Odore di neve e aria di neve e la grande finestra davanti alla mia cattedra mostra un’immobile casa con gli scuri aperti. Hanno rifatto le malte e si intravedono i ponteggi interni.
Non voglio essere la casa disabitata qui di fronte.
Non voglio imitare la caduta lenta e incessante di questa neve spessa.
Non voglio smorzare i miei colori fino a giungere al grigio…..
Mi ficcherò sotto la lampada!!!!

TRAVEGGOLE
Lui si muove verso di me con passo sicuro.
Controlla i miei gesti piazzandomi gli occhi sul viso.
Cerca rispondenza e tenta di rubarmi il caldo delle pupille.
Lui si muove con le mani in tasca
E il suo sorriso disarmante
Mi carezza le guance
Che diventano rosse, le stupide,
come bambini sorpresi a rubare.
Lui si muove e non esita,
ogni passo lo rende più sicuro e più vicino.
Adesso toglie gli occhiali dal viso perché io possa constatare
che è me, proprio me che sta osservando.
Io guardo in alto fingendo un’aria distratta
Ma lui insiste, il maledetto, continua.
Il mio imbarazzo è alle stelle,
una decina di metri ci separano ancora,
Penso di cambiare strada, ma non posso retrocedere.
Il suo viso si apre in un sorriso lucente
Tra poco potrò sentire la sua voce,
e qualche ombra di dopobarba
probabilmente danzerà nell’aria.
Lui si muove correndo, allunga il passo veloce.
I miei occhi iniziano a fissarlo
come si osserva un vaso di fiori
che casca dal balcone.
Quel cretino del mio cuore inizia a sobbalzare
Nell’attesa di un cenno, di una parola,
guardo le borsa con aria distratta.
Ormai un solo metro ci separa...
E la sua voce, si finalmente la voce
sposta l’attenzione dalle cuciture a zig zag della mia borsa nera.
“ah Claudio, speravo davvero di incontrarti”,
dice a un calvo signore con l’aria stupida
che sta dietro di me.

Le mie preghiere sono strisce di carta colorata
distese sopra nuvole di vento.
Carta pacco, tagliata a listarelle
incollate a un bastoncino azzurro di legno di faggio.
Le mie preghiere non hanno direzione,
non hanno lingua e neppure orario.
Nascono spontanee nel fondo dei desideri
e restano immobili sospese dalla terra.
Viaggiano leggere come nuvole rosa
sostenute da idee per lo più balsane
corrono veloci
verso l'energia di cui son fatte le cose.
Le mie preghiere nascono dalle idee
e vengono all'alba,
nascondendosi nei desideri concreti,
le allatto al seno
perchè la luce non si spenga ancora
e la fantasia divina che custodisce le cose
non mi abbandoni mai.
Fissare un oggetto.
Imprimerne i contorni.
Spegnere la luce.
Continuare a visualizzare l'oggetto.

Cosa farmene adesso di queste mani vuote,
di queste unghie bianche e curate,
di questa pelle che mi ricopre sempre
anche se brucia come fosse scorticata a sangue.
Cosa farmene adesso della tua giacca di lana
che non mantiene più il tuo odore,
delle tue mani che non mi conoscono più
della tua voce estranea e metallica.
Cosa farmene, adesso, del pensiero di te
respinto da tutti i miei sogni,
dei desideri, appesi alla tua porta
come una foglia a un ramo caduco di melo
spoglio, devastato, privato di tutti i suoi frutti,
avvolto dal gelo della notte che arriva.
Cosa farmene, adesso, di questo spazio vuoto nel letto
della mia inutile nudità,
della mia anima spoglia di te
dello specchio reale e opaco
di questa tua immagine ingombrante
che non vuole saperne
di MORIRE........................

Non posseggo grandi cose,
ho costruito tutto con le mie piccole mani,
ho lavorato per migliorare me stessa
e, se osservo bene,
vedo che è sempre tanta la strada da fare.
Prendo su di me tutte le responsabilità,
dei buchi nell'acqua,
delle illusioni perdute,
degli errori incancellabili,
di vivere in un mondo sperduto tra il nulla e l'addio.
Non delego il mio star bene
alle mani di un altro,
non ho paura di guardarti negli occhi.
L'età che avanza mi fa sentire forte,
i miei occhi sono sempre gli stessi
anche se adesso vedono cose definite,
che prima apparivano come
immense nebulose sul cielo blu.
Se mi chiedo cosa posseggo in fondo in fondo,
rispondo a me stessa, senza titubanze
ancora e ancora e ancora
posseggo
la magia di rischiare un sogno che nessun altro vede tranne me.

Avresti voluto giocare
una partita a carte, magari con gli assi tutti in mano tua.
Avresti voluto prendere con gli assi e con i re, tutte le regine
che passavano dalle tue mani morbide e profumate
dalle tracce di borotalco impresse in tanti mazzi di carte.
Avresti voluto essere il fante, il re e a volte anche il cavallo,
per poter fuggire appena il gioco diveniva insidioso.
Purtroppo la partita era a scacchi e avevi sbagliato gioco.
Giocavamo su una scacchiera bianca e nera
con elementi assolutamente paritari.
Buttavo giù il tuo alfiere ripetutamente
con continui colpi di galoppo di cavallo.
La tua regina era immobile, non si smuoveva
di un solo passo, sorvegliata a vista dalle torri aurrite
colme dell'edera che ricopre i cimieri dei ricordi.
Eri il mio re. Ti muovevi a piccoli passi nella scacchiera,
seguito a vista da paggi insofferenti ed annoiati.
Il guaio accadde quando ti accorgesti che al di fuori di quella piazza
quadrettata esisteva tutto un mondo aperto e senza parallele.
Un universo fatto di diagonali e di intersechi fantastici.
Ti perdesti in tanta confusione e ben di Dio e disorientato,
senza oramai più punti di riferimento
io smisi di brillare
e non fui più la tua stella polare.
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Lei Lui
Lui non sapeva camminarle accanto.
Quando uscivano e lei avanzava col suo passo spedito, lui non riusciva che a starle dietro, dietro di almeno venti centimetri, quel tanto che bastava per essere schiaffeggiato continuamente dai suoi capelli. Ogni tanto lei rallentava l’andatura aspettandolo, ma lui faceva lo stesso e mantenendosi sempre alla stessa distanza.
Per questo suo modo di camminare, lei iniziò a pensare che lui fosse uno di quegli uomini che non facevano mai il primo passo e che si ponessero sempre all’ombra di qualcuno.
Lui chiedeva sempre i suoi pareri, la interpellava anche per scegliere la marca dei fagioli, lei aveva finito col comprendere che fosse un modo per riempire vuoti di vacuo pensiero, lui detestava i silenzi, non sopportava uno spazio vuoto.
Lei adorava camminare nel vento, sentirselo sbattere in faccia e tra le gambe, osservare come gonfiava le gonne infilandosi tra un passo e un altro veloce, tirava su la schiena e gli porgeva il viso come a pretendere una carezza forte. Lui piegava le spalle e si racchiudeva come cercando riparo in se stesso. Accorciava il collo nel bavero del giaccone e faceva sparire il suo mento.
Lei non portava occhiali, sentiva la puntura del sole nelle pupille e riusciva a gioirne. Lui aveva occhiali da vista sottili al titanio e lenti da sole con le pinze per proteggersi anche da un minimo bagliore.
Lei velocemente comprendeva le cose, bastava uno sguardo a volte, o mezza parola e già il pensiero sciorinava il seguito e l’andamento del discorso. Lui si perdeva in grandi voli pindarici illustrando dettagli microscopici e scandagliando infinitesimali spazi d’ombra, abbandonava l’obiettivo cascando nel non senso.
Lei sceglieva le parole con cura, come infilasse una perla dietro l’altra a una collana che li legasse insieme. Lui gettava fuori i pensieri come venivano, con lo stesso tono inframmezzava dialetto ed italiano e termini tecnici abbreviati che troncava agli accenti tonici.
Lei amava la macchina, la moto e la velocità. Lui camminava a piedi, prendeva il tram ogni tanto e conosceva a memoria tutte le fermate degli autobus. Poteva, in un giorno di pioggia, farvi un dettagliato elenco delle soste alle fermate con le pensiline.
Loro adoravano il Jazz. Ascoltavano in silenzio per lunghe ore, abbracciati sul divano bianco, Miles Davis in It never Entered My Mind. Leggevano insieme poesie e pagine di libri di grandi maestri di fotografia. Lui la teneva stretta, l’avvolgeva tutta, faceva da spalliera, da scialle e le pungeva il collo con la barba ispida.
Lei credeva che quei momenti bastassero a colmare secoli di differenze.
Lei credeva…... perché in realtà, non aveva tanto buon senso .

Osservo con occhi stralunati
le tue righe.
Mi chiedi di non innamorarmi di te.
Racconti di crak emotivi
che hanno spezzato le tue ali.
In questa mia giornata tanto lunga, composta da lavoro e frenetiche corse,
non ho il tempo di soffermarmi e archivio il tutto alla voce "paure".
Chiudo il capitolo.
Lo ripongo in attesa.
Ma se mi fermo un'ora
il pensiero mi porta punti interrogativi sul palmo di mano.
Ma come t'è venuto in mente, mi chiedo, che la conoscenza di un altro,
che la frequentazione e la disponibilità all'ascolto e allo scambio di poche vedute,
mi vedesse già dentro il tuo letto
a sospirare di te nella tua assenza...
Forse il rumoroso sospiro di altre bocche
ti ha fatto credere in un te stesso desiderato e bramato.
Forse il desiderio d'essere amato, era talmente grande, quel giorno
oppure, la tua visione seduttiva era così alle stelle.....
Punti interrogativi sul palmo della mia mano
tracciano segni che non vorrei vedere.
Segni rossi di dispiacere e fraintendimento.
Va bé...........vuol dire che per un po'
Indosserò dei guanti.

Avrei voluto
A grandi passi camminare con te.
Correre precedendoti
Lasciarmi raggiungere
E fare un po’ di strada insieme.
Avrei voluto
Portare il peso della tua valigia.
Essere un cuscino su cui poggiare i pensieri,
un foglio bianco
dove esprimere liberamente
disegni di bambino colorati.
Avrei voluto
Respirare le tue pause
E sognare le tue parole.
Avrei voluto
Schiacciare le nuvole che incombono scure
Prendere le ipotesi e le paranoie
E spolverarle del fango che incastra la creatività e la fantasia.
Avrei voluto non avere ombrelli, orpelli o pesi inutili
Per guardare con te il mondo autonomo dei gatti,
il cielo terso del mattino e sognare il mare.
Ieri, guardavo i binari della stazione di Mestre. Osservavo quelle linee dritte e lucenti. Rivedevo me e lui, fermi, abbracciati, immobili a far da pasto alle zanzare voraci di un tiepido agosto.
Ieri uno sguardo fugace, veloce, distratto restituiva un passato, passato da sempre. Di me e lui, come statue di marmo, immersi nella folla ad aspettare un treno.
Ieri, come fosse ieri.
La mia mano piccola nella sua mano grande.
Ancora la sensazione di essere la bambina protetta, dalle braccia grandi del suo papà.
La sua bocca calda si posava ancora sulla mia fronte e baciava il mio occhio, perché io sentissi di essere la sua predilezione, il suo bene. Ieri, uno sguardo fugace sull’acciaio di un binario miracolosamente libero, riprendeva un’immagine che la memoria sembrava aver cancellato per sempre. Ieri osservavo senza volere, un quadretto lontano di una me che giace sepolta dai mille fare.
Emergeva dalle acque della laguna, ricoperta di alghe nere, la bambina, con lo sguardo deluso e le gambe spezzate. Le ali d’angelo infangate e farfugliate, spezzate le membrane e i capelli nel fango. Ieri, in quell’attimo, nello stringimento del cuore, li, davvero li, vicino alla punta, quando credevo di non avere risorse, sei apparso tu. E non avevi paure, non avevi sensi di malinconico abbandono, non avevi pause o tremori, non avevi valigie, non avevi cappotti. Sei apparso tu, per quello che sei e per come sei. Non c’era la musica del film, non c’erano parole. Eri un piccolo raggio di sole che si faceva largo a spallate tra le nuvole e i cirri di un tramonto sulla piatta laguna.
Ieri, non c’erano zanzare, non c’erano ombre lunghe e non c’era folla.
C’eravamo io e te. Eri il mio alleato. La forza nelle mie mani. Eri tu, sono sicura, eri tu.
Oggi i tuoi racconti parlano di lumache.
Appaiono i condizionali . Le paure velano la realtà.
Di cosa mi stai parlando?
Dei tuoi percorsi mentali?
Delle mille paranoie arrivate di corsa nella notte?
Dei sensi del se e del si vedrà?
Di cosa mi stai parlando, nascosto dentro al cappotto che hai indossato velocemente senza neppure che il freddo lo richiedesse?
Di cosa e di chi mi stai parlando?
Delle scale musicali dell’Hanon sulla tastiera delle tue paure? Delle tristezze delle ricorrenze? Delle meditazioni di Werter invertebrato?
Di cosa stai parlando, amico caro?
Delle trincee che hai scavato nella notte? Dei respiri che ha rubato il pensiero?
Di un piccolo gioco seduttivo che ha perso nell’impatto con la realtà?
Di cosa stai parlando, amico caro?
Delle pene del cuore di una gatta inglese?
Della paura che prova la banchina quando vede l’onda arrivare?
Non conosco purtroppo questa lingua, non riconosco gli accenti e le inflessioni,
non comprendo il tempo del mezzo freddo,
non costruisco armature di ghisa e non indosso mai calze e maglie di lana.
Sulla mia pelle il freddo è accolto leggero. Vivo tra le nevi perenni, ricordi? Mi scalda il guizzo di un pensiero vivace e mi illumino del caldo che raccolgo d’estate e in regime di completa autarchia, colleziono idee e sogni da attaccare in questa pagina di latta.
p.s. La pagina è di latta. NON IO.