sabato, 28 gennaio 2006

In questo silenzio mondo

nella mia casa gheriglio di noce

immersa nell'ovatta fredda di questa neve impietosa,

Io dormo.

Nel nulla, interrotto soltanto

da tonfi di neve che si stacca dai rami

di alberi stanchi.

Io dormo.

Sognando di muovermi

nel ventre di mia madre.

E agito le mani, e a piccoli battiti inconsulti

la tocco, la cerco

fino a trovarle il cuore.

scritto da palommellarossa | 09:36 | commenti (18) | Torna su


giovedì, 26 gennaio 2006

L'arte della preparazione della valigia.

 

Un paio di pantofole calde ma leggere.

Un pigiama di cotone.

Due completi Fila.

Paraorecchi rosso.

Cappellino Pile/impermeabile

Guanti Pile/impermeabile

Biancheria intima rigorosamente bianca di cotone.

Collant nere e calzini di cotone bianchi

Scarpe da tennis Fila

1 jeans, 1 pantalone di velluto nero, 1 pantalone di velluto giallo.

Un maglione nero collo alto, 1 maglione nero, 4 maglie di contone manica lunga.

1 tubino nero

1 scarpe col tacco

1 stivali

1 Impermeabile giallo con cappuccio

1 giacca impermeabile imbottita di pile.

Trucchi e parrucchi.

Borsa medicinali, chenonsisamai.

Grammatica inglese Grammater, vocabolario elettronico.

Cellulare e filo carica batteria.

Presa corrente trasformatore.

Moka e caffè + tazzina e cucchiaino.

lettore/radio MP3

Carica batterie.

1 Ombrello.

Adesso.... gente di molta fantasia, in realtà ce ne vuole molto poca, indovinate dove sto andando?

scritto da palommellarossa | 10:25 | commenti (19) | Torna su


martedì, 24 gennaio 2006

Io ti prego, ti supplico, fortemente ti imploro

NON CHIAMARMI PIU'.

Considerami morta,

visualizzami dentro una cassa d'olivo foderata di bianco,

 vestita del mio abito più sobrio.

Non guardare i miei piedi, che non mi porteranno PIU' da te,

non osservare i miei capelli dentro i quali ti piaceva affondare la bocca per mangiare il mio odore,

non baciarmi le dita che godevi succhiare,

non toccarmi i fianchi dove ti piaceva affondare.

LASCIAMI ANDARE.

Lasciami andare leggera come un sogno nel primo pomeriggio

come un fiocco di neve che casca inesorabilmente

e inesorabilmente non si rialza più.

 

 

scritto da palommellarossa | 12:39 | commenti (23) | Torna su


domenica, 22 gennaio 2006

 

 

 

 

Un sabato notte.

L’anima mascherata apre la scatola nera, quella coi pizzi di velluto arricciato.
Una piega amara le segna la bocca mentre disegna il contorno con la matita scura. Lucido, il gloss copre gli impercettibili solchi delle labbra carnose, rendendole simili a un germoglio rosso.

I capelli si riuniscono in ciocche morbide e scomposte e incorniciano la maschera nera dentro la quale navigano gli occhi da pazza invasata.

Lo specchio ripete le parole, “l’ho fatto ancora, l’ho fatto ancora”.

Strano,

la loro espressione è rimasta inalterata negli anni, sono rimasti gli stessi occhi di bambina. Occhi curiosi, chiari e profondi, occhi che parlano, anche adesso parlano, anzi cantano una nenia antica fatta di parole silenziose disegnate sulla scala di sol.

Il telefono squilla, un nome appare sul led, scorre rapido e si esaurisce come uno sguardo distratto. Nessuno risponde.

L’anima ha indossato la maschera. Ha chiuso la porta alla vita.

Per adesso solo la vestizione ha importanza. Solo l’indossare indumenti uno sull’altro in armonico contrasto, è importante. Ogni dettaglio è cercato, curato, esasperato in una lentezza sensuale e calcolata.

L’anima si veste pian piano utilizzando le calze per accarezzare la pelle. La maglia nera avvitata fascia il corpetto lasciando uscire dalla scollatura il tepore. Il seno ansima nello sforzo di trattenere l’urlo profondo di sgomento e di rabbia.

I tacchi delle scarpe nere, morbidamente costringono il piede in un’innaturale posizione inclinata che dona all’andatura un passo titubante e felino.

La strada, illuminata da una collana bianca di neon, scorre in  giù lungo la collina fino alle luci rosse della città. Il cielo nasconde le stelle e coltiva il suo smog, pulviscolo rosa, sospeso allo scopo di non far volare troppo in alto lo sguardo.

La via è segnata, è sempre la stessa.

La meta è altrove, nessun autobus vi giunge e la mappa della città non la riporta.

Angeli curiosi dalle lunghe unghie nere affilate, si affacciano come spettri pietosi a controllare l’uscita. Voltano sdegnosi la testa nell’immobilità dei loro capelli, non appena la riconoscono.

Sanno che con lei, hanno poco da fare.

scritto da palommellarossa | 09:32 | commenti (21) | Torna su


venerdì, 20 gennaio 2006

Mi sento spiata ed osservata.

Ho uno strano senso di invasione.

Son stanca di vedere sempre e solo la sua faccia. Son stufa di quel suo aspetto abbronzato e sorridente, di quel sorriso tirato da lifting di terza categoria.

Non sopporto più di trovarlo dappertutto.

Penso con angoscia a quando vedrò il suo faccione, tra pochi giorni, su tutti i cartelloni della città.

Mi chiedo se sono la sola a soffrire di questa terribile malattia.

Sono annichilita di fronte alla sua faccia tosta e non ho più voglia di sentire le sue balle megagalattiche.

Ci ha condotto alla miseria più nera, ce ne accorgiamo ogni giorno facendo la spesa.

Ha reso più ricchi i ricchi e assolutamente poveri i ceti medi, come Robin Dooh ha preso ai poveri per donare ai ricchi.

Lo detesto visceralmente e non sopporto più la sua voce e le sue esse sibilanti, con quel suo mi consenta che suona di falso a mille miglia.

Mi consenta "sti cavoli". Non ho più intenzione di consentirgli nulla.

Sono ossessionata a tal punto che stamattina entrando nel cesso

ho guardato a lungo la tazza per la paura di trovarlo anche lì

a galleggiare.

 

scritto da palommellarossa | 09:24 | commenti (25) | Torna su


mercoledì, 18 gennaio 2006

 Il coinquilino

Da qualche tempo, su nella mia baita di montagna, condividevo la stanza con un grillo burlone.
Un grillo nero, giovane, pimpante. Pieno di voglia di vivere e cantare.
I primi tempi che dormivo in baita, penso ci fosse già da allora, probabilmente celava la sua presenza e stava in silenzio ad osservarmi, come una pietra che appare dalla parete a crudo. Probabilmente con occhi vigili scrutava i miei movimenti tranquilli e inconsapevoli della sua presenza.
Poi nel giro di due notti si manifestò in tutto il suo splendore, col suo canto acuto, quasi per affermare “Io ci sono”.
A nulla servirono le mie ricerche per individuare il luogo da cui provenisse quell’accorato richiamo. Notti intere spesi cercandolo negli angoli di casa, nelle fessure oscure del caminetto e tra la fornacella a legna in cucina. Tra le piastrelle dissestate del bagno e le finiture in noce delle finestre- Ovunque lo cercai nel mondo stanza. Nulla .
E mi decisi, solo per salvare i sogni, a riempire di DDT la casa, sperando che il canterino traslocasse, e alla peggio, se proprio non poteva far a meno, di iniziare la transumanza per un altro stato.
Illusa….. niente da fare.
Il mefitico odore sembrava avergli fatto un risciacquo di rose alle tonsille. Il Caruso dei grilli, più in forma che mai dissipava i miei sogni e la mia quiete talmente ardito da farmi pensare che ritenesse sveglia tutta la Val Floriana.
Ma fu nel pomeriggio di domenica, di un’assolata domenica di settembre, che lo sorpresi con le antenne al sole, sul davanzale della mia finestra.
La tentazione di annientarlo sotto la ciabatta, fu tanta, ma ripensandoci meglio e tirando tutte le rette tra le somme, mi son convinta che tra coloro che mi han tolto il sonno, questo l’ha fatto con più garbo.
Dedicandomi un indesiderato canto d’amore, rivelandosi al mondo ed ai miei occhi con la caparbietà di chi afferma “Io ci sono”.
Adesso lui vive limitando i gorgheggi alle ore pomeridiane. Ogni tanto ci incontriamo nei pellegrinaggi. Non scappa e non ci cela quando mi vede. Ora, fermo, aspetta che io mi muova per fare il suo salto e la notte dorme, finalmente tace.
Non so se per rispetto al mio sonno leggero, o perché è rimasto contagiato, da buon coinquilino, dalla mia poca voglia di cantare.

scritto da palommellarossa | 12:49 | commenti (24) | Torna su


domenica, 15 gennaio 2006

 

 

Lei non aveva dormito per tutta la notte,  la quarta notte in fila di dormiveglia agitato colmo di pensieri oscuri e di sensi di morte. Toccava appena, quasi sfiorandolo il suo ventre, ancora piatto e teso. Non aveva il coraggio di una vera carezza e non aveva la forza per poggiare sopra la mano e considerare quel che le stava accadendo.

Le appariva il ghigno del capostruttura, lì in quella stanza maleodorante definita call center. Un ammasso per galline, pareva, un intrecciarsi di banchi e sedie e fili interminabili e ingarbugliati. Aveva richiesto un solo giorno d’assenza per correre a far le analisi e le era stato ricordato che il suo contratto non permetteva assenze o mancanze, a meno che, non avrebbe trovato un’altra persona disposta a fare anche il suo turno, 12 ore continue di lavoro.

Ricordava quanti problemi aveva avuto la Nelia , quando aveva dovuto iniziare una gravidanza . Non appena il capo l’aveva saputo, aveva iniziato a girarle intorno come uno squalo senza perder mai l’occasione per ricordarle che il suo contratto era a tempo determinato e che avrebbe potuto scioglierlo in qualsiasi momento. Nelia abitava in un monolocale senza luce, la sola casa che aveva potuto mantenersi con l’equilibrio precario regalato da 600 euro di stipendio mensile per otto ore di callcenter al giorno. No, Nelia non poteva permetterselo quel figlio. Non poteva permettersi l’uomo che l’aveva messa in cinta e che si era squagliato alla grande il giorno stesso del responso del test di gravidanza casalingo, non poteva permettersi di mancare dal suo lavoro, schifoso davvero e precario, enormemente precario, non poteva permettersi di crescere un figlio da sola, senza strutture e senza soldi. L’asilo nido le sarebbe costato la metà dello stipendio, per non parlare di pappe e pannolini e tempo, tempo già venduto e affittato.

E ora toccava a lei. Toccava a lei porsi le maledette domande. In bilico sull’asse del desiderio di guardare, vedere toccare la pelle di quel figliolino inerme e la realtà schiacciante come un masso.

Alle nove iniziò lentamente a vestirsi, senza far movimenti bruschi come per non voler troppo disturbare il suo feto, prese la metro e si recò a consultorio. Attese il suo turno con pazienza e poi finalmente entrò cercando di reprimere quel senso di vomito e nausea stimolato  dall’odore di disinfettante e varechina .

Si trovò davanti l’assistente che raccolse i suoi dati e poi, finalmente entrò nella stanza del dissuasore di stato.

Buongiorno signora,

-         buongiorno dottore.

-         Sicuramente avrà considerato bene la sua situazione e se si trova qui a richiedere un aborto, avrà ben ponderato le sue motivazioni.

-         Si dottore, ci ho pensato a lungo, con ansia, con angoscia e con tristezza.

-         Ah bene, ciò dimostra che lei è una donna perbene, sensibile e che potrebbe essere una perfetta mamma per questo bambino che lei aspetta.

-         Si dottore, io potrei, ma non posso. Sono in una condizione tale per cui questo bambino non mi è davvero possibile tenerlo. Mi licenzierebbero dal lavoro, non avrei più casa e non avrei i mezzi neppure per dargli da mangiare.

-         Ah, dite tutte così. Ma cosa credete che mangi un figlio? Lei è sana e sicuramente potrebbe dargli tanto tanto latte, e lei sa il latte è la cosa più importante per un neonato. Poi, allo svezzamento, inizierà a mangiare quasi come lei.

-         Non esattamente dottore, le pappe e i semolini costano cari e se non avessi latte? Il latte in polvere è carissimo. Ma anche volendo fare enormi sacrifici, non potrei davvero permettermelo. Devo lavorare, a chi potrei lasciarlo?

-         Ma ci sono gli asili nidi, con 300 euro mensili garantiscono un buon servizio.

-         Dottore ma io non ce l’ho 300 euro mensili e non ho neppure la possibilità di assentarmi dal lavoro al nono mese di gravidanza.

-         E perché dovrebbe assentarsi? Mia madre ha lavorato seduta fino al giorno in cui son nato io. Forse lei  pensa che la gravidanza sia una malattia? E’ uno stato normale aspettare un figlio, il buon Dio ha fatto le donne in modo perfetto, create per far figli.

-         E’ la mia prima gravidanza ed ho paura delle modifiche del mio corpo, dei cambiamenti, sono così nuovi ed ignoti per me. Poi non mi sento pronta, non mi sento all’altezza e non penso sia questo il momento giusto per me.

-         Ah, stando a quanto dite voi donne, non è mai il momento. Mia madre non ha mai rifiutato un figlio quando è arrivato. Era sempre pronta, lei, sempre pronta a seguire la provvidenza e quel che il buon Dio decideva di mandarle. Ha mai considerato che un figlio è una grande ricchezza? Potrebbe sostenerla da grande, aiutarla nella vecchiaia.

-         Si, dottore, ho pensato a tutto, ma davvero, mi creda, non ce la faccio. Adesso non mi sento pronta, nella mia precarietà a prendere una decisione così importante per tutta la mia vita.

-         Cosa aspettiamo allora, il principe azzurro che ci risolva la vita? Forse avrebbe dovuto pensarci prima di metterlo in cantiere, questo figlio. Forse avrebbe dovuto porsele prima tutte queste domande.

-         Dottore, non avevo preventivato nulla, è stato un incontro davvero casuale. Ci frequentavamo da qualche settimana e poi è successo quel che è successo, non avevamo deciso nulla, è capitato semplicemente.

-         Ma si rende conto??? Queste cose son cose serie, non si prendono alla leggera. Mia madre ha frequentato un solo uomo in tutta la sua vita e di lui ha accettato tutto, esattamente tutto.

-         Si, dottore, ma ognuno ha i propri personali modi di vedere e sentire la vita.

-         Si, ma è impensabile che lei non ponderi le conseguenze che certi suoi atti possono avere.

-         Ma, dottore, siamo qui a parlare della mia interruzione di gravidanza o della mia morale?

-         Interruzione di gravidanza? Io veramente vorrei evitarla. Ha pensato al peccato mortale? Ha considerato che lei sarebbe scomunicata per sempre per questo suo atto gravissimo che vuole commettere, quasi un omicidio, ci pensi bene. Se la sente di compiere un omicidio verso un essere innocente che le si è affidato interamente? Se vuole potrei mostrarle le foto del suo bambino in questo stato della gravidanza, vedrebbe lei, come, per quanto piccolo, egli è già perfetto in ogni sua parte. Come è stata buona la natura con lei.

-         Si, dottore, mi rendo conto ma davvero ho deciso. Questo colloquio me lo sono già configurato mille volte nella mia mente e mi ha ossessionato per notti intere e giorni. Ma davvero, mi creda, non ho alternative. Non è il momento per questo bambino.

-         Ma ha considerato che anche il padre del bambino ha i suoi diritti? Che potrebbe tornare da lei a chiederle conto di questo atto?

-         Si dottore, appena lo ha saputo, si è alzato ed è uscito sbattendo la porta. Mi ha detto che sono solo una rogna per lui e che il suo bastardo sarebbe solo una rogna in più.

-         Ma spetterebbe a lei addolcirlo e farlo ragionare, rendergli piacevole la paternità insegnargli la responsabilità dell’avere un figlio. Sono compiti della donna, questi. E’ lei che non è stata capace di fargli comprendere il regalo della nascita di un figlio. Forse lei in quel momento aveva già deciso di abortire e non ha voluto essere convincente.

-         No, dottore. Non ho voluto e non ho neppure potuto.

-         Forse ha ragione lei, signora, una donna come lei, una donna che non vuole lottare non merita il dono divino della maternità.

-         Si dottore non merito.

-         Bene allora applicheremo l’interruzione di gravidanza prevista dalla 194. Si presenti domattina per le analisi del sangue.

Uscendo il cielo si era addensato di nuvole. Ai pensieri pesanti se ne erano sommati altri. Lo stomaco batteva forte. Si sentiva sola. Era sola.

Tutto la schiacciava a terra. Il lavoro. Gli inutili affetti. Le responsabilità. La grande rinuncia alla maternità, ed ora anche questo stronzo che provava a buttarle addosso anche le responsabilità di tutto il mondo. Forse era troppo per un giorno solo.

Per fortuna la rabbia iniziò a montare. Prima fu una piccola onda di orgoglio, e poi via via cavalloni sempre più grossi, sempre più alti di onde gigantesche di rabbia.

E iniziò e scorrere col ritmo delle onde, andando e venendo. Rabbia, sana e pulita, fresca rabbia.

Contro l’ipocrisia.

Contro i modelli falsi della società che vogliono la donna o Santa o Puttana,

Contro questo tipo di lavoro precario che non ti lascia programmare,

contro l’irresponsabilità di molti, troppi uomini,

contro la fame e la miseria,

contro la provvidenza che è orba  

contro le leggi deficienti che credono che una donna giunga all’aborto con la stessa noncuranza con cui si beve un caffè o si mangia un panino.

 

 

 

 

 

 

 

scritto da palommellarossa | 14:46 | commenti (32) | Torna su


venerdì, 13 gennaio 2006

 

 

Era una donna piccola. Ossa minute, spalle incurvate un po' in dentro. Aveva occhi penetranti e sguardo scavatore che sapeva trapassarti da una parte all'altra. Ricordo quel suo sguardo perchè difficilmente ne troverò un altro così. Nonostante occhi, espressione, gesti, tono della voce, dimostrassero empatia, lo sguardo restava sempre due passi indietro e gli occhi non si riscaldavano.

Ho visto caldi quegli occhi solo quando si posavano sul figlio. Ecco, il figlio era il suo mondo. Il figlio era l'universo, il sole, la luna, l'aria ed il mare.

Tutto il resto, tutti noi non eravamo che contorno. Povere verdurine accanto al piatto di carne.

Aveva mani piccole e unghie poco appuntite. Ma quelle mani arrivavano dappertutto. Le avrebbe mosse come mulini a vento per far barriera tra il figlio e la vita. Lei avrebbe voluto essere il filtro, la prima a vedere la luce, a respirare l'aria, a tastare il calore dell'acqua e accertatasi che tutto fosse perfetto, lo avrebbe condotto per mano mostrando il tutto come se fosse opera sua.

Era vissuta da donna in un mondo di uomini. Uomini grandi, quelli che avevano fatto la storia. Si mormorava che avesse conosciuto la tal pagina del libro di storia moderna o che si fosse relazionata con la tale altra pagina dello stesso tomo. Apparteneva innegabilmente a un mondo di uomini. Con loro aveva lottato e alla loro ombra era vissuta. Forse le donne le stavano strette. Dubitava in fondo delle donne, come dubitava della donna che c'era in sè. Sapeva che le donne potevano cadere e precipitare nella sfera dei sentimenti, sapeva che era molto possibile che a una donna si scaldasse il cuore e sapeva pure come le cadute facessero sangue.

No, non è stato facile. Crescere da sola un figlio negli anni cinquanta. Non è stato facile portare alta la testa e continuare ad andare al lavoro con la pancia crescente, non facendo caso agli sguardi e ai sorrisini dietro alle spalle. Sarà stato in quel periodo che hai imparato a tirare le spalle e a irrigidire il naso, lasciando gli occhi a spegnersi di ogni emozione. Sarà stato da allora in poi che hai bandito l'amore dalla tua vita inchiodando le assi alla porta del tuo sesso, da allora hai tatuato a fuoco l'unico nome della tua vita, quello di tuo figlio.

Altera e nobile con la tua voce fioca, con i tuoi gesti misurati, hai coltivato la maternità come la sola congruenza possibile.

Ti sei spenta stanotte sicuramente con le mani in quelle di tuo figlio, a cercare il solo calore che ti desse luce. Hai compiuto il cammino con la dignità di una regina bambina e sapendo che non esistono i paradisi.

Si apriranno per te però tutte le porte delle nostre memorie. Le porte di chi ti ha visto e intuito, le porte a cui non hai bussato ma sei entrata comunque come una cosa a parte, come una differenza, come un amore fortissimo ed unico.

Buon viaggio Anna.

scritto da palommellarossa | 11:55 | commenti (18) | Torna su


giovedì, 12 gennaio 2006

La lista dei miei errori

Il primo errore fu nascere in una mattina d'ottobre con inciso in testa il segno zodiacale della bilancia. I piatti della statera non erano ben equilibrati e per molto, moltissimo tempo, il piatto della sensibilità fu più pesante dell'altro di almento 10 chili. Comprenderete come camminare in queste condizioni di squilibrio abbia notevolmente nociuto alla mia salute.... psichica.

Il secondo errore fu non ascoltare le parole di mia madre, quando fin dalla tenera età dei tre anni iniziò a prevedere che io non fossi persona da matrimonio. Sono cresciuta a pane e "Tu non sei cosa di sposarti". Alla fine mi son sposata, forse più per dare contro a lei che perchè ne sentissi veramente bisogno.

Il terzo errore fu quello di credere che gli uomini fossero come le donne quanto a sensibilità e verità. Trattare gli uomini, amici, fidanzati, scopagni eccetera, come mondi interi e completi, con rispetto ed affetto. Dopo cento cadute mi pare di aver compreso che esistono due categorie di uomini, quelli che cascano e aspettano che voi li rialzate per correre verso una nuova vita senza di voi. e quelli che vi fanno cascare e non vi tendono neppure la mano perchè possiate rimettervi in piedi, seppure in precario equilibrio.

Il quarto errore fu quello di essere una persona generosa, in parole, gesti ed opere. Avere un cuore "buono" è una cosa che si paga in ogni istante della vita. Dovessi rinascere e potessi scegliere chiederei a Dio di darmi una pelliccia per il cuore. Una pelliccia talmente spessa e pelosa da non far trapelare neppure un raggio di sole.

Il quinto errore fu quello di pensare che io potessi bastarmi, e che se c'ero io, al mondo non mi serviva più nulla. Falso teologico lo definirei, vista la discreta aderenza tra la mia persona e la santità.

Il sesto errore fu quello di credere d'essere intelligente. Ma questa è una scoperta recente. L'intelligenza non paga. Quindi il vero intelligente è assolutamente cretino e conformista  e più eccelle in queste due arti, più è intelligente.

Il settimo errore è stato quello di pensare che il lavoro mi avrebbe sostenuto nella vita. Nulla di più falso in realtà. Il lavoro distrugge il pensiero e uccide chi ce l'ha. Avrei dovuto specializzarmi in rapine a mano armata o furti di banche o equivalenti scalate a fondi societari o, in seconda ipotesi entrare in forza Italia.

L'ottavo errore è stato quello di avere una visione del mondo egualitaria. Di credere fermamente che tutti gli uomini fossero uguali e meritassero gli stessi diritti. Niente di più sbagliato. Non è così. E poi sono anche una prof. e la realtà dimostra che noi che contrabbandiamo cultura, se facciamo l'errore di risvegliare lo spirito critico nei nostri alunni, li condanneremo per sempre a sviluppare l'intelligenza, e si sa che il mercato italiano necessita di altro.

Il nono errore fu aprire un blog e pensare di metterci dentro tutte le puttanate e gli strippi che mi passavano per la testa. Pubblicizzare, quindi la mia parte onirica-instabile-infantile-stripposa. Col risultato di avere dei lettori che appena pubblico un post si sentono presi di mira anche quando inesorabilmente io sparo nel mucchio informe della mia vita.

Il decimo errore, infine è cercare a tutti i costi d'essere felice. Ho inseguito da sempre la felicità come prima necessità. Il perseguimento della felicità è al primo posto della mia scala valori. Per cui se ne ricava che ogni giorno in cui apro gli occhietti la prima cosa che faccio è chiedermi se sono felice. Mi rispondo di Ni o di So, ma questo monitoraggio mi rende fortemente infelice.

 

scritto da palommellarossa | 10:23 | commenti (23) | Torna su


lunedì, 09 gennaio 2006

Mi perdoneranno alcuni?

Onestamente non lo so, ma bisogna pure far ordine e pulizia qualche volta...

così quale migliore occasione che mettere ordine tra i miei link? Mettere ordine tra quelle persone che mi piace leggere e ritrovare?

Ma come fare, come selezionare?

Il primo criterio è stato valutare se i blog che avevo linkato lo scorso anno, esistessero ancora. E, nel caso fossero sopravvissuti, se esistesse ancora la loro voglia di scrivere e comunicare.

E' comprovato che dopo qualche periodo, la voglia di esternazione subisca dei picchi, in giù purtroppo e l'aggiornamento dei blog avviene abbastanza sporadicamente.

Ci sono blog sulla rete che sono dei veri e propri "message in the bottle", navigano da soli, senza aggiornamenti e senza commenti. Messaggi lanciati a qualcuno che non si sa chi e se raccoglierà mai.

Vi sono blog che è carino leggere ma che col naso all'insù, sdegnosetti e irriverenti, non rispondono mai. Ho scritto per un anno, ad esempio, commenti a tal Cletus, e non ho mai ricevuto neppure la cortese risposta di un "ciao cane".

Vi sono blog che son partiti con fare leggero e divertente e si sono appesantiti con l'età, son diventati gobbi e canuti e quando ci passi ti viene una ruga. Scusatemi, amici, se vi tronco la strada, ma ho bisogno di tirarmi su e non posso appesantirmi le ali.

Quindi per l'anno nuovo ho iniziato a far pulizia nell'armadio dei blog e non sapendo trovare un nuovo criterio, poichè certo non posso andare a leggermi tutti i diecimila blog di splinder, sono andata dalla persona da cui mi fido ad occhi chiusi e le ho rubato i link.

Non so se se ne accorgerà, presa com'è a disbrigare commenti e corrispondenze, ma io qui lo dico e lo confesso " ho rubato i link", e ad osservare i risultati, ne sono anche un po' fiera.

Controllate se siete ancora nella colonna sinistra del mio blog... altrimenti, toglietemi pure saluto e titoli... è la vita

homo hominis Palommella.

 

scritto da palommellarossa | 12:37 | commenti (33) | Torna su


giovedì, 05 gennaio 2006

 

Se ogni città ha una storia e se ognuno di noi ha una storia con ogni città, io avevo dimenticato in pieno la mia con Parigi.

Eppure era stata una storia lunga, una storia che dura ancora e che credo non  finirà mai. Una storia che conduceva dalle sorelle Mallot, al terzo piano di una casa popolare, vicino all'ospedale di Cligny.

Una storia fatta di tentativi di cure e guarigioni impossibili, impensabili. Di dottori dai nomi altisonanti, di importati chirughi dalle mani d'oro, tenute al riparo in guanti di pelle scamosciata. di infermiere dal passo lieve che non toccava pavimenti e di odore di cloroformio e disinfettante.

Una storia, dicevo, fatta di incomprensioni al telefono e di lunghe ore d'attesa dietro le porte delle camere operatorie, circa 8, tutte diverse e tutte altrettanto esasperanti.

Se l'angelo della morte non ci ha trovato a Parigi, se siamo riusciti a nasconderci talmente bene da divenire, irreperibili o forse solamente invisibili, io non lo so.

So di certo che tornare a Parigi per fare un giro, per respirarne l'aria umida e fredda non apparteneva alla mia personale storia.

Così, nell'attesa che l'anno nuovo portasse un bigliettino di piccola felicità, io ho provato ad alzare il naso e a buttarmi tutto alle spalle. Ho provato a credere di non aver alcuna storia precedente con Parigi e a voler ricominciare tutto di nuovo.

Sparite al volo le stanze umide e fredde delle sorelle Mallot, sparito l'ospedale, spariti gli odori di cloroformio, restava da volteggiare come un fiocco di neve per la città senza posarsi però mai, senza sostare un solo secondo più del dovuto, cercando con la mente di riuscire a rimanere allineata alla retta che avevo preconfigurato da casa.

"Voglio stare leggera, dicevo a me stessa, come un voulavant, come un volo di colomba, come una pattinatrice su pattini monolama, passare indenne senza toccare terra e finalmente cogliere in modo pulito gli aspetti della città".

Per chi ha incontrato Palommella in questi giorni a Parigi, il passato è rimasto celato, invisibile.

Avranno notato il piumino bianco pesante e avranno immediatamente compreso di non trovarsi di fronte alle baldanzose parigine, in tacchi alti e pancini scoperti, anche a meno dieci di temperatura, avranno notato il cappellino rosso calato giù fino alle orecchie a sparpagliare i capelli ribelli, avranno forse compreso da quello la mia nazionalità

- italiani freddolosi- dicevano ridendo nelle loro giacchette striminzite,

mi avranno osservato storcere il naso alle profferte dei tanti patè, e gli occhi sognanti davanti alle vetrine delle pasticcerie, avranno considerato con una punta di competitività la smorfia del mio viso nell'assaggiare vini, sempre rossi e corposi, da lasciar respirare almeno dieci minuti prima di degustarli

mi avranno seguito per Saint Germain o per le salite di Montmartre rubare tutto con occhi persi nei piccoli dettagli e particolari.

Mi hanno visto chiedere di restare più tempo al Musèe d'Orsay e di poter continuare a toccare tutte le statue, tutte, nessuna esclusa, nonostante le rigidità delle ore scandite sull'enorme orologio della facciata. Hanno guardato i miei occhi sognanti miscelare un raro raggio di sole che girava speranzoso sulla Senna alle acque in corsa verso non so più quale mare, e hanno visto il mio cuore, in fine e soltanto nello specchietto retrovisore, ma lucido, così lucido e bello, da sembrare un piccolo purissimo diamante freddo e perfetto incastonato in una zolla di terra nera e pastosa. 

scritto da palommellarossa | 10:23 | commenti (20) | Torna su