mercoledì, 27 settembre 2006

Nell'impotenza delle sue lenzuola ho visto mia madre morire tra dolori atroci.

Il suo fegato abitato dal cancro si espandeva giorno per giorno tirando la sottile madre che lo avvolge.

Il corpo non rispondeva più. Tutte le funzioni erano saltate. Gonfie le gambe prima lunghe e magrissime, gonfi e neri i piedi, prima piccoli e bianchi.

Inutili le panacee e i calmanti. Il fegato non li elaborava più. Erano come acqua di fonte, assolutamente incapaci di far cessare spasmi e dolori.

L'ultimo mattino, prima che entrasse in coma, volle che la mettessi sulla sedia a rotelle e mi chiese di portarla a guardare dalla finestra che dava sul corridoio. Una volta arrivati lì, mentre i miei occhi cercavano un filo di sole a cui aggrapparmi, lei mi prese la mano e mi disse:

"Ora buttami sotto".

Ancora oggi non riesco a pensare che mi abbia chiesto questo.

Io amavo mia madre al di sopra delle mie possibilità di amare. Io amavo la sua gioia di vivere e la sua forza immensa. Lei me lo chiese.

Solo la mia codardia, la mia impotenza, la mia inutile etica mi impedirono di compiere quel gesto, di aiutarla a farla finita volando e non contorcendosi in una lucidità terrificante.

Fossi stato un medico, avessi studiato medicina.... una piccola dose letale e se ne sarebbe andata in pace, ringraziandomi.

Morì due giorni dopo con una lunghissima agonia e con in bocca sapore di fragole.

Quanta inutile sofferenza.

Quanta cancellazione della sua enorme dignità

quanto strazio....

e perchè? Tutti sapevamo che non c'era più nulla da fare. Tutti sapevamo di essere arrivati alla fine...e allora, perchè non aiutarla a morire, esattamente come qualcuno 65 anni prima, l'aveva aiutata a nascere?

Perchè ci hanno lasciate da sole?

Perchè spariti i medici son rimasti ad alimentarla con le flebo solo poveri infermieri dallo sguardo pietoso?

Perchè dopo tanti anni, non riesco a dimenticare lo sguardo di mia madre, che in coma vigile, continuava a dirmi.... aiutami.... aiutami.....

scritto da palommellarossa | 09:21 | commenti (42) | Torna su


martedì, 19 settembre 2006

Aveva voglia di parlarvi d’amore. Di quell’amore che cascava fuori da tutte le cose, di quell’amore che usciva da tutte le note, di tutte quelle scene d’amore incollate strette strette senza pausa tra l’una e l’altra. Di mille e mille immagini di se stessa coperta e vestita solo di quell’amore, delle sue mani grondanti d’amore con i polpastrelli prensili e umidicci di ventose. E dei suoi occhi colmi d’amore che solo a poggiarsi bruciavano il viso.
Aveva voglia di parlarvi d’amore in modo leggero, come si racconta di un giro di shopping o di una puntatina in centro, come si narra di un giorno qualsiasi fermi davanti a un caffè ad osservare l’andirivieni della gente.
Aveva voglia di aprirsi un fosso tra le costole e di massaggiarsi il cuore, si, nella sua parte sinistra, per far fluire ancora sangue e sentirlo caldo e immaginarlo rosso e di guardarsi le mani scorgendo nelle bellissime lunette delle unghie ancora sangue fresco rappreso.
Aveva voglia di cantare Realy Love con  Joan Armatradin e ripetere mille cento volte, realy love come in un ipnotica cantilena antica.
Eh si, ne avrebbe avuto voglia….
Ma il cuore era asciutto.
Il sangue s’era coagulato
La leggerezza era diventata di pietra
E le unghie s’erano spezzate
Joan Armatradin non scriveva più canzoni e i vecchi CD erano smagnetizzati.
Così aveva atteso un giorno e poi un altro e una fila di giorni e di settimane, ma quel post non veniva. Non giungeva nulla di nuovo e di fresco, nessuna idea a cui attaccare una piccola ala neppure di mosca, nessuna libellula da guardare ronzare nell’aria.
No, non c’era nessuno intorno. Viveva nel deserto di pietra con i ciottoli rossi e le serpi gialle, i suoi occhi usi solo alla luce accecante di un sole ricordo
Non vedevano più, non osservavano più. Filtravano tutto con cristallini corrosi di sabbia e salsedine. In un anno non avevano prodotto neppure una lacrima.
Così aprì una delle sue valigie, neppure la più grande e vi si chiuse dentro.
Fu difficile ma il risultato fu buono, anzi ottimo.
I rumori non giungevano più.
Il sole non bruciava
Le notti non erano fredde
Solo il suo cuore, quel cretino imbecille
Continuava con il suo tum tum
E fu lui, davvero lui che in un ennesimo attacco di noia, scrisse questo post…….
scritto da palommellarossa | 19:53 | commenti (16) | Torna su


sabato, 09 settembre 2006

 

Dita lunghe ed affusolate manipolano la mia nuca. Piccole onde di calore si dipartono dal tocco deciso e si spandono seguendo percorsi che avevo dimenticato.

Il tempo dei tasti è sospeso nell’ attesa della nota seguente che tarda a venire quasi volendo includermi nel pentagramma. Mi sento nota tra le note con tra le mani la mia aspettativa.

Ed ecco, poi giunge e mi rinchiude in un cerchio d’armonia e mi sazia di quella fame di attesa infinita.

Si spalma lentamente colmando i miei vuoti  e donandomi pienezza.

Si, ora la seguo senza attese, finalmente, condotta per mano in un pieno vuoto incantato in cui la mia anima si toglie le scarpe e corre a piedi nudi.

La comunicazione si intreccia con tratti di pentagramma complessi e scende calando in scarpate verdi coperte d’erbetta primaverile. Tasti duri son sassi di un pendio. Sassi di marmo bianco e rosa con qualche striatura di nero regalata dalle semicrome.

Piccole salite mi accorciano le gambe e il fiato si accorda e diviene breve il respiro e divagando intorno a un sasso mi rendo conto di non essere stata ferma mai, di aver sempre camminato lungo la mia collina.

scritto da palommellarossa | 09:06 | commenti (19) | Torna su