
Nell'impotenza delle sue lenzuola ho visto mia madre morire tra dolori atroci.
Il suo fegato abitato dal cancro si espandeva giorno per giorno tirando la sottile madre che lo avvolge.
Il corpo non rispondeva più. Tutte le funzioni erano saltate. Gonfie le gambe prima lunghe e magrissime, gonfi e neri i piedi, prima piccoli e bianchi.
Inutili le panacee e i calmanti. Il fegato non li elaborava più. Erano come acqua di fonte, assolutamente incapaci di far cessare spasmi e dolori.
L'ultimo mattino, prima che entrasse in coma, volle che la mettessi sulla sedia a rotelle e mi chiese di portarla a guardare dalla finestra che dava sul corridoio. Una volta arrivati lì, mentre i miei occhi cercavano un filo di sole a cui aggrapparmi, lei mi prese la mano e mi disse:
"Ora buttami sotto".
Ancora oggi non riesco a pensare che mi abbia chiesto questo.
Io amavo mia madre al di sopra delle mie possibilità di amare. Io amavo la sua gioia di vivere e la sua forza immensa. Lei me lo chiese.
Solo la mia codardia, la mia impotenza, la mia inutile etica mi impedirono di compiere quel gesto, di aiutarla a farla finita volando e non contorcendosi in una lucidità terrificante.
Fossi stato un medico, avessi studiato medicina.... una piccola dose letale e se ne sarebbe andata in pace, ringraziandomi.
Morì due giorni dopo con una lunghissima agonia e con in bocca sapore di fragole.
Quanta inutile sofferenza.
Quanta cancellazione della sua enorme dignità
quanto strazio....
e perchè? Tutti sapevamo che non c'era più nulla da fare. Tutti sapevamo di essere arrivati alla fine...e allora, perchè non aiutarla a morire, esattamente come qualcuno 65 anni prima, l'aveva aiutata a nascere?
Perchè ci hanno lasciate da sole?
Perchè spariti i medici son rimasti ad alimentarla con le flebo solo poveri infermieri dallo sguardo pietoso?
Perchè dopo tanti anni, non riesco a dimenticare lo sguardo di mia madre, che in coma vigile, continuava a dirmi.... aiutami.... aiutami.....


Dita lunghe ed affusolate manipolano la mia nuca. Piccole onde di calore si dipartono dal tocco deciso e si spandono seguendo percorsi che avevo dimenticato.
Il tempo dei tasti è sospeso nell’ attesa della nota seguente che tarda a venire quasi volendo includermi nel pentagramma. Mi sento nota tra le note con tra le mani la mia aspettativa.
Ed ecco, poi giunge e mi rinchiude in un cerchio d’armonia e mi sazia di quella fame di attesa infinita.
Si spalma lentamente colmando i miei vuoti e donandomi pienezza.
Si, ora la seguo senza attese, finalmente, condotta per mano in un pieno vuoto incantato in cui la mia anima si toglie le scarpe e corre a piedi nudi.
La comunicazione si intreccia con tratti di pentagramma complessi e scende calando in scarpate verdi coperte d’erbetta primaverile. Tasti duri son sassi di un pendio. Sassi di marmo bianco e rosa con qualche striatura di nero regalata dalle semicrome.
Piccole salite mi accorciano le gambe e il fiato si accorda e diviene breve il respiro e divagando intorno a un sasso mi rendo conto di non essere stata ferma mai, di aver sempre camminato lungo la mia collina.