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La classe di Chiara è composta da tanti ragazzi “normali”. Ragazzi che si nascondono nel lavoro ottenendo anche buoni risultati e che non prendono mai apertamente posizione. Da quest’ anno nella classe è stato inserito un ragazzo con un trascorso scolastico lungo e complesso. E’ belloccio, demotivato e prepotente, ripete spesso che deve venire a scuola perché lo mandano i suoi e non perché ne abbia voglia. Entra in classe con il casco della grossa moto che i suoi gli hanno comprato. Se ne frega delle regole.
La Chiara.
Cicciona, spavalda e con uno strano viso da lattante. Veste sempre in modo inadeguato al suo corpo. Porta pantaloni bassi con tutta la ciccia traboccante.
A prima vista sarebbe facile individuarla come “la ribelle della classe”. Il registro è pieno di note che la riguardano e gran parte delle ragazzine “bene” la schizzano come la peste.
E’ assolutamente polemica con tutto e tutti.
E’ prepotente e molto giudicante.
Si pone rispetto al gruppo in una posizione intermedia, nel senso che non si sente un’alunna qualsiasi ma una via di mezzo tra insegnante e gruppo classe.
Interviene contro i compagni con un broncio di dispetto.
Stesso dispetto che utilizza verso i docenti, quando parla di loro.
Se intraprende una conversazione individuale, non manca mai di parlare male ora di un docente ora di un altro, cercando di trasmetterti come e quanto si senta incompresa e come gli insegnanti non la capiscano.
Difficile istaurare una relazione di fiducia. Istintivamente non si fida dei docenti. Ho dovuto metterci tutta la mia buona volontà per entrare in relazione.
A volte parlava male di me ironizzando, anche mentre parlava con me.
Una volta, non ricordo perché, le ho fatto una nota. Forse per riuscire a mettere tra lei e me quella giusta distanza che il suo intervento pretendeva. Infatti ciò che combinava, lo combinava esclusivamente per sfidare la nostra relazione. Per comprendere fino a dove poteva spingersi. Avrebbe voluto utilizzare la mia attenzione per creare uno spazio di complicità sulle sue carenze/mancanze. La nota era assolutamente necessaria per ristabilire un ruolo, il mio, che lei pensava di poter superare.
E invece no. Chiara doveva comprendere che seppure lei fosse visibile ai miei occhi ed anche affettiva per me, cosa che lei assolutamente richiede, non poteva utilizzare il mio affetto per contravvenire alle regole. Poteva invece utilizzare il mio affetto perché l’aiutassi a mantenerle quelle odiate regole. Perché le rispettasse e le condividesse a poco a poco.
Abbiamo terminato il primo anno con risultati discreti nella mia disciplina. Per il resto Chiara ha lasciato 2 materie, proprio quelle dei docenti che continuano a non vederla “ a dire suo”.
Quest’anno scolastico è iniziato con uno strano tran tran.
Chiara si è accorciata
Per le prime due settimane ho fatto finta di non accorgermene, pur sapendo che la cosa le avrebbe dato fastidio.
Poi, il primo consiglio di classe, e le sue ricadute. Inizio la discussione in classe dando spazio al rappresentante per raccontare come è andato il consiglio e cerco di chiarire aspetti e dettagli che sono stati assolutamente cancellati dalla sua relazione.
Lui dice che la classe è messa male. Io correggo che siamo preoccupati per l’andamento della classe. Lui dice che molti saranno bocciati. Io dico che ci sono persone che rischiano ma che se si applicano potranno recuperare. Lui dice che gli insegnanti sono stufi della classe che si comporta male. Io dico che gli insegnanti vorrebbero lavorare meglio e con un migliore livello di attenzione, anche perché ci sono belle risorse in questa classe.
Chiara mi guarda, poi mi sfida e mi dice:
“Non mi interessa niente. La mia vita non è questa. Io sono a scuola perché devo, ma quella che lei vede non sono io, perché io vivo quando non sono a scuola. L’altra Chiara non è come questa. E’ gioiosa, felice e per niente polemica.”
Io non replico. Propongo un compito dicendo alla classe che ci penserò una settimana.
Aspetto quindi una settimana ed entro in laboratorio, dove la classe è sistemata intorno ai PC, comunicando che ci ho pensato e che mi è venuta un’idea. Usciamo dal laboratorio e ci rechiamo in classe. Disponiamo a cerchio le sedie e iniziamo a parlare.
Chiara cerca il mio sguardo, io faccio la vaga.
Chiedo di tornare alla discussione che abbiamo intrapreso la settimana precedente e chiedo che oggi parlino esclusivamente le persone che non si sono espresse l’altra volta.
Emerge una grossa frustrazione. La classe invisibile, inizia un altro racconto. Il racconto di un disagio nel non poter seguire bene le lezioni, il disagio di avere sempre insegnanti arrabbiati, il disagio di stare in una classe dove tira una brutta aria.
Io chiedo a loro cosa possiamo fare per cambiare questo clima classe.
Chiedo come possiamo fare per rendere più visibili quei ragazzi che non intervengono mai e che passivamente accettano. Chiedo anche che tipo di comportamento hanno quelli che, pur essendo la maggioranza, vivono facendosi sempre i cavoli loro. Chiedo di definire il loro atteggiamento.
Emerge chiaramente l’area di passività.
Quindi propongo ai passivi di pensare come poter diventare più attivi e più partecipi a ciò che avviene nel gruppo classe. E alla fine chiedo di scrivere alla lavagna le loro risposte.
Vengono fuori ipotesi a raffica.
Potremmo stare più attenti ai professori anzi che continuare a guardare Chiara e il belloccio.
Potremmo controllarci e stare più zitti.
Potremmo farci interrogare e fare più domande.
Ok, mi fermo su questi punti, che già mi sembrano “Alti” e lancio la mia sfida.
“-Scommetto che non ce la fate, neppure per una settimana”-
Chiara, che è polemica, sbotta immediatamente col dire che se LORO lo decidono possono assolutamente farcela. La classe approva.
Io li metto alla prova. Voglio vedere se arriviamo a stare una settimana senza nemmeno una nota e con un comportamento che faccia uscire i professori tranquilli dalla classe.
Tutti accettano la sfida e persino il balbuziente si alza a parlare.
Manca mezz’ora al suono della campanella. Propongo di tornare in laboratorio a finire un lavoro.
Chiamo Chiara alla cattedra con la sua sedia.
Le dico che mi ha molto preoccupato quel discorso che lei mi ha fatto sulle due Chiare.
Mi ha preoccupato perché io non conosco l’altra Chiara e, invece mi piacerebbe conoscerla.
Poi, le dico che onestamente io non credo che possano esistere due Chiare, e che la cosa mi preoccuperebbe perché io vorrei che Chiara fosse una sola e che trovasse una strada per stare bene sia fuori che dentro
Chiara mi dice che frequenta persone che la fanno sentire bella e in gamba, persone di cui lei ha bisogno.
Comprendo che Chiara si riferisce a un gruppo di ragazzi marocchini e tunisini che a volte vengono a prenderla a scuola.
Inizio a parlare di come sia bello avere degli amici e di come sia arricchente avere amici che hanno una cultura differente da scambiare con la nostra.
Chiara inizia un racconto che gira intorno al rispetto che c’è in altre culture del ruolo della donna.
Chiedo a Chiara cosa sarebbe disposta a fare per loro se loro si trovassero in una situazione difficile.
Chiara dice che li aiuterebbe a migliorare le loro relazioni col lavoro.
Chiedo a Chiara cosa farebbe se uno dei suoi amici decidesse di lavorare due giorni si e tre no.
Chiara dice che lo porterebbe al lavoro lei stessa.
Chiedo a Chiara se sabato e lunedì era presente.
Chiara abbassa gli occhi e risponde:
“Questa settimana si, glielo avevo promesso”.
Chiedo a Chiara – “qual è il tuo lavoro”
-La scuola, -risponde.
Quanto i tuoi amici ti aiutano a mantenere la tua scelta di venire a scuola?
Nessuna risposta.
Attualmente Chiara frequenta regolarmente le lezioni.
Cerca di partecipare alle lezioni e di limitare i suoi interventi.
Non mostra più la sua ciccia traboccante ed è un po’ dimagrita.
Non ha più il broncio ed è meno polemica.
Ma io so.
Io so, che non devo farmi tante illusioni.
So che probabilmente Chiara è abulimica, so che ci saranno altri conflitti con Chiara e che c’è ancora tanto lavoro da fare con la classe,
ma allora perché mi sento così soddisfatta??

Snoda piano il laccetto di raso che imprigiona le ciglia. Sbatte gli occhi e strofina le palpebre.
L’orologio batte le cinque. Scarpe alte mischiate a pantofole sul parquet lucido e impolverato a chiazze.
Vento che bussa sulle finestre come un uccello che cerca la luce.
Letto grande disfatto senza cuscini. Quadri e quadri e quadri a rappresentare
“ Ancora un po’… ancora un po’ – voglio star sveglia ancora un po’”
Accende il pc e inonda la stanza di luce azzurrina.
Una doccia veloce a sciogliere di dosso il gusto e il sapore di una noia attaccaticcia come le parole bavose di un politico inconcludente.
Un cd a caso e l’aria si ammorbidisce. L’alba stenta a venire. Il sonno non si vede.
Un sorriso illumina la nebbia appesa a un chiodo dentro al cervello lucido lucido. Bagliori infiniti che non vogliono spegnersi. Neuroni in corsa sull’autostrada infinita, quella senza caselli, quella dove si paga sempre e comunque.
E poi un tutto, un tuffo nell’anima a controllare che esista, che respiri.
E come un angelo in un film di Bunuel, la statua apre le ali, si allarga, si scuote. Le giunture si spiegano, scricchiolano piccoli tendini e le vene si tirano.
L’anima respira, libera e forte. Si affaccia alla finestra e aspira la brina della notte mentre i capelli incollati al viso cantano “Sei libera… sei libera… ancora una volta”.

In questo limbo dove mi son rinchiusa
la luce è sempre tanto mite
con le mie palpebre stanche ed affannate.
I suoni giungono attutiti dall'ovatta
che ho posto nelle orecchie.
La bocca, stanca di sorridere
ha trovato pace ponendo un labbro sull'altro
e restando così a contemplarsi davanti allo specchio.
Le mani immobili lungo il corpo scendono
inanimate, come rami di un salice.
I sentimenti dormono, cullati da brodi di mille borse calde.
Studio il confine tra la vita e la non vita
e lo considero talmente impercettibile e sottile
che mi assale il dubbio
d'essere morta senza che nessuno m'abbia avvertito

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Dormire sotto un quadro di Mirò
addormentarsi sperando me ne scenda qualcosa.
Che un piccolo omino, sospeso
tra una retta e una sfera,
a passi misurati e precisi
trasporti da un punto a un altro
un po' di genio
e lo lasci cadere
nella mia testa
che rotola rotola
indifesa sul cuscino.

Ti piacerebbe sentire che qualcuno ti manca, ma non accade.
Ti piacerebbe ritrovarti quel briciolo di curiosità che avevi, ma non accade.
Ti piacerebbe credere di essere riuscita a costruire qualcosa
ma sai che non è vero.
Come un file lasciato sul desktop attendi semplicemente di archiviarlo per sempre. Per il momento lo hai chiuso e basta, senza neppure troppo pensarci.
E ora ti chiedi perchè lo hai fatto e ti rispondi che per te, i sentimenti hanno la loro partita doppia dalla quale non vuoi e non sai prescindere.
Non ti piace e t'incazzi mentre ti sorprendi ad eseguire queste piccole operazioni di ragioneria spicciola, è vero. Ma consideri che sia molto meglio dichiarare la tua verità, piuttosto che recitare la commedia d'esser diversi o differenti.
E' molto meglio rinunciare piuttosto che condurre un affetto sui sentieri scoscesi della non reciprocità o peggio, sulle pietraie delle grandi concessioni tout court.
Mi coinvolge solo quel che c'è
Mi attira solo quel che vuol essere
Penso a te col Tuo pensiero
Sono amica della tua amicizia che c'è
Ci sono solo se ci sei
e soprattutto
Non riesco e non voglio essere diversa.

Lui passa la sua giornata lavorando nel mio piazzale.
Li dove dormono le macchine il meritato riposo notturno. Fuori, al freddo di questo freddo.
Lui lavora tutto il giorno, avendo come unico compagno un thermos fumante, presumo di te. E’ circa un mese che la sua auto si è unita a quelle degli abitanti del Condominio delle Sabbienere ed è circa un mese che ogni mattina, quando scendo i gradini della mia casa, mi sento i suoi occhi addosso.
Lui è alla ricerca di un incrocio.
Oggi, compattata nei miei pantaloni di pelle ed evidenziata da una giacca rosso caccia alla volpe, ancora avvolta nell’ultima nuvola della mia colonia, l’ho trovato appoggiato alla mia auto.
Fermo.
A cercarmi gli occhi. E ho sentito la sua voce per la prima volta. La sua voce darmi il buongiorno.
Ho aperto velocemente lo sportello e bofonchiando una risposta impastata di sonno, mi son tuffata dentro l’abitacolo.
Ora son qui e mi chiedo se devo iniziare a preoccuparmi, visto che i lavori finiranno a primavera……

Ancora piccole operazioni di macelleria spicciola.
Ovvero spigolature nel settore dello smaltimento dei rifiuti urbani.
Ballare questo tango con me stessa mi fa star bene.
Muovo accortamente i passi e sorrido alla vita.
Ogni tanto mi lancio senza paracadute stando ben attenta a trovare il più alto dei ponti delle vicinanze.
E mi congratulo con me stessa, mi complimento e mi stringo le mani per la mia bravura.
Come fossi la miracolata di Lourdes, bevo la mia acqua con immensa fiducia.
Mi sveglio al mattino col sorriso stampato in faccia.
E assaporo la sensazione impagabile, di aver perso soltanto le ovvie spazzature.
Qualche rifiuto molesto, qualche puzzolentissimo avanzo, qualche inutile facezia.
Scavando tra i rifiuti, qualche volta, trovo pezzi di te.
Ma sono inutili brandelli che nessun collante può ancora rappezzare.
Li osservo col distacco del chirurgo che apre la pancia di un altro.
E come direbbe lui a un’appendice recisa
Io ripeto a me stessa
“Non ti appartiene più”